Stroncare una star della filosofia si può. L’ha fatto pure Schopenhauer

Il riconoscimento del diritto di ognuno a pensarla come vuole, si è trasformato in ipocrisia e reticenza. Il filosofo accademico non osa criticare ne’ discutere la filosofia del collega per non farsi dei nemici che potrebbero nuocere alla sua carriera
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L’universalità della filosofia e del suo linguaggio sono sempre a rischio di astrattezza e di scarsa umanità. Se ne accorse la filosofia posthegeliana e antiidealistica di destra e di sinistra, da Schopenhauer e Feuerbach a Kierkegaard, Marx, Nietzsche, tutti passionali e nemici dell’università. Che fossero materialisti o moralmente individualisti, non sopportavano Hegel, dopo averlo studiato e visto insegnare. Nel Novecento, il nuovo Hegel, l’ipocrita essenzialista (altro che esistenzialista!) Martin Heidegger ha conquistato e inquinato con il suo gergo ontologico le università del mondo, ipnotizzando, colonizzando e ubriacando anche cristiani e marxisti, che invece avrebbero dovuto essere i suoi più ovvi e immediati avversari. Inoltre nel secondo Novecento, e soprattutto con il nuovo millennio, le polemiche tra filosofi sono pressoché sparite. Ha vinto l’accademismo e non c’è filosofo che osi confutare e criticare pubblicamente dal proprio punto di vista filosofie e filosofi di opposta tendenza. Soggettivismo e oggettivismo, idealismo e materialismo, razionalismo e irrazionalismo, generalità e concretezza sono considerati conflitti superati. In parte questo è vero. Ma si può anche sospettare che in questo superamento di conflitti filosofici classici si nasconda l’indifferenza e una troppo scarsa passione per la filosofia e la verità. Il riconoscimento del diritto di ognuno a pensarla come vuole, si è trasformato in ipocrisia e reticenza. Il filosofo accademico non osa criticare ne’ discutere la filosofia del collega. Vuole vivere in pace e al sicuro, non farsi dei nemici che potrebbero nuocere alla sua carriera.
E’ appena uscito per La Nave di Teseo un libro di e su Arthur Schopenhauer intitolato “Controstoria della filosofia” (206 pp., 22 euro) a cura di Sossio Giametta, studioso, traduttore e collaboratore di Giorgio Colli e Mazzino Montinari nell’edizione Adelphi di tutte le opere di Nietzsche. Per ragioni di insufficiente competenza mi guardo bene dal recensire un tale libro, in cui a pagine di Schopenhauer si alternano ampi commenti e note di Giametta. Voglio solo segnalare la passionale schiettezza, spesso violenta, con cui Schopenhauer criticò l’idealismo di Hegel e di Schelling. Il volume contiene due scritti di Schopenhauer, “Schizzo di una storia della teoria dell’ideale e del reale” e “Frammenti di storia della filosofia”. Considerando gli attuali costumi della comunità filosofica, la cosa che più colpisce è lo stile di Schopenhauer, la sua energia drasticamente polemica. Il sistema idealistico di Hegel gli sembra infatti una “colossale mistificazione” e una confusione che non sa distinguere fra idea e realtà. La sua logica ottimistica fa coincidere concetti e fatti. Leggo a pagina 29: “A mio giudizio, Fichte, Schelling e Hegel non sono filosofi, dato che manca loro il primo requisito a tale fine necessario: la serietà e l’onestà della ricerca. Non sono altro che sofisti, hanno cercato non la verità, ma il loro vantaggio e il loro successo nel mondo. Impieghi dai governi, onorari dagli studenti e dai librai, usando a questo scopo quanto più chiasso e spettacolo possibile con la loro pseudofilosofia”. Quello dei tre sofisti idealisti è un “falso pathos: ora una alta e artificiosa serietà, ora un atteggiamento di illimitata superiorità, per fare impressione quando si dispera di poter convincere; si scrive senza riflettere (…) si cerca poi di spacciare accozzaglie di parole vuote e prive di senso per pensieri profondi” (p. 30).
Dopo aver citato queste parole di Hegel: “La verità è il movimento di essa in se stessa” (prefazione alla “Fenomenologia dello spirito”), Schopenhauer conclude così: “Penso che non sia difficile comprendere che chi comincia con roba come questa è un impudente ciarlatano, che vuole abbindolare gli allocchi e si accorge di averli trovati nei tedeschi del XIX secolo (…) Chi legge Kant, Locke, Hume, Malebranche, Spinoza, Cartesio, sente di elevarsi e riempirsi di gioia (…) Succede il contrario quando si leggono i tre suddetti sofisti tedeschi (…) chi apra un loro libro e si chieda se questo sia il tono di un pensatore che voglia istruire o di un ciarlatano che voglia imbrogliare, non potrà avere dubbi neppure per un momento, tanta è la disonestà che spira da quelle pagine”. Auguro all’attuale popolazione dei filosofi universitari di trovare, almeno qualche volta, il coraggio e l’onestà di dire ciò che pensano e di scrivere anche in questo tono ogni volta che leggono e recensiscono delle star filosofiche nazionali e internazionali.