Cultura
A Venezia •
Vuoto alla Biennale. La morte di Koyo Kouoh, i dubbi sulla sua eredità e sul futuro della fondazione
La mostra di Venezia 2026, senza guida, e davanti a una scelta difficile: ripartire da zero o proseguire il suo lavoro. Una soluzione sarebbe affidare la direzione a Carolyn Christov-Bakargiev, figura autorevole e visionaria, capace di dare nuovo slancio all’evento nel rispetto del passato
14 MAG 25

Ansa
La tragica improvvisa morte di Koyo Kouoh, curatrice della Biennale di Arti Visive che deve aprire nel maggio 2026 e della quale avrebbe dovuto rivelare tema e titolo a brevissimo, pone la fondazione veneziana in una situazione difficile e complicata. Ricominciare da zero o tentare di portare avanti il lavoro già fatto dalla curatrice del Cameroon? Non vorrei essere nei panni del presidente Buttafuoco. Ma se – facendo uno sforzo di fantasia – fossi in lui proporrei di affidarla a Carolyn Christov-Bakargiev, ex direttrice del Castello di Rivoli e curatrice di Documenta 13 a Kassel. Affiderei la Biennale a lei per vari motivi: per la sintonia che aveva per la curatrice scomparsa, perché se la merita e perché sta provando ad averla da non so quante edizioni. Come direttrice di museo non è stata brava e, come ho già scritto su questo giornale, la mostra sull’Arte Povera alla Bourse de Commerce di Parigi urlava vendetta al mondo.
Ma la Biennale di Venezia è tutta un’altra storia, e la sua Documenta fu fra le più interessanti fra le ultime edizioni (a parte qualche buffonata, come portarne una parte a Kabul per omaggiare Alighiero Boetti). Ecco, se farà la Biennale le suggerisco non di eliminare le sue amicizie, ma di evitare di teorizzarle. Noi curatori, in particolare a una certa età, abbiamo amici di lunga data e dovunque andiamo ce li portiamo dietro, non importa il tema della mostra. Se il nostro amico è Botero lo infiliamo anche in una mostra sull’anoressia. Carolyn Christov-Bakargiev non s’inventi teorie che giustifichino un certo nepotismo congenito del mondo dell’arte. Si merita la Biennale perché nel corso della sua carriera ha avuto visioni lungimiranti e idee importanti, a volte offuscate da un narcisismo patologico anche questo congenito e inevitabile della nostra professione. Un antidoto all’inutilità del mestiere.
Sarebbe assurdo chiedere a chi farà la Biennale di fare quello che aveva in testa Koyo Kouoh. Logico che chi ne prenda l’eredità rispetti il lavoro fatto e poi prosegua per la propria strada. La Kouoh, conoscendola, non apprezzerebbe una versione riveduta e corretta delle sue idee. Il miglior modo per onorare sia il lavoro che la memoria sarà per la Biennale accettare quanto accaduto e guardare avanti scegliendo qualcuno, la Bakargiev appunto, con esperienza, passione e sufficiente arroganza per condurre l’istituzione fuori dal tunnel.