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La Brexit non è “done”, per fortuna
Londra pensa di posticipare ancora i controlli all’import, troppo costosi
31 MAR 22

(foto EPA)
Boris Johnson, premier britannico, sta considerando la possibilità di rimandare per la quarta volta l’introduzione dei controlli alla frontiera sui beni provenienti dall’Unione europea e diretti nel Regno Unito. Alcuni ministri, scrive il Financial Times, vogliono prolungare quello che è chiamato “il periodo di grazia” oltre il primo luglio, per evitare ulteriori pressioni sulla catena di approvvigionamento già molto intense, a causa della pandemia e della guerra.
Dal gennaio del 2020, quando è entrata in vigore la Brexit, le esportazioni inglesi verso l’Ue sono state soggette a tutti i controlli previsti per i paesi terzi, mentre le importazioni sono state trattate in modo più morbido e il regime ufficiale previsto dall’accordo di divorzio tra Londra e Bruxelles che doveva entrare in vigore dal giugno del 2020 è stato posticipato prima al marzo 2021, poi al settembre dello stesso anno e infine al prossimo luglio. Gli esportatori sono furibondi e sommersi di scartoffie, soprattutto non capiscono perché i competitor europei vivono del periodo di grazia e loro invece no: i ministri dicono che introdurre i controlli adesso sarebbe “un costo autoimposto”, ma gli esportatori ribattono che i costi li stanno già pagando tutti loro. Il danno complessivo è stato stimato dall’ufficio indipendente sulla responsabilità fiscale la scorsa settimana: “Lasciare l’Ue porterà a un calo del 15 per cento di importazioni ed esportazioni rispetto a quello che sarebbe accaduto se il Regno Unito fosse ancora un membro dell’Ue”. Rishi Sunak, cancelliere dello Scacchiere a favore della Brexit, ha dovuto ammettere che la disparità di trattamento dei prodotti in entrata e in uscita è un costo, così come annullare il periodo di grazia. La Brexit non è “done” e pure gli insospettabili iniziano a sussurrare: per fortuna.