In Spagna Sánchez rischia tutto, mentre Feijóo ora dovrà capire come si tiene la destra al centro

A Madrid le elezioni politiche anticipate si giocheranno sul tipo di relazione che si instaurerà nelle prossime settimane tra il Pp e Vox. Nel frattempo la sinistra ha solo dieci giorni per riorganizzarsi e annunciare come presentarsi all'appuntamento
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Foto Ansa

“In Spagna inizia un nuovo ciclo politico: il centrismo ha prevalso sul radicalismo”. Commentando con queste parole il trionfo del suo partito nel voto municipale e regionale di domenica scorsa, il leader dei popolari spagnoli, Alberto Núñez Feijóo, ha involontariamente indicato qual è il più grande problema del centrodestra spagnolo in vista delle elezioni politiche anticipate che, per decisione del premier socialista Pedro Sánchez, si terranno il prossimo 23 luglio anziché a fine anno. Perché, se è vero che i popolari hanno stravinto, strappando alla sinistra molte amministrazioni locali importanti, è anche vero che, per insediare i propri sindaci e presidenti di regione, avranno bisogno ovunque dell’appoggio dei sovranisti di estrema destra di Vox – con l’eccezione di Madrid (città e Comunità autonoma), dove hanno ottenuto la maggioranza assoluta.
Le elezioni politiche si giocheranno proprio sul tipo di relazione che si instaurerà nelle prossime settimane tra il Pp e Vox. Se lo stesso Feijóo è convinto (probabilmente a ragione) che il Pp sia stato premiato per il suo atteggiamento centrista rispetto a Sánchez, che ha governato con l’appoggio della sinistra radicale e degli indipendentisti catalani e baschi, beh, ecco che un abbraccio troppo stretto con Vox rischierebbe di soffocare i popolari. Perché i sovranisti guidati da Santiago Abascal, che definiscono “complessati” quelli come Feijóo, sono non-moderati per definizione. Nel prossimo mese, in ogni angolo della Spagna, andranno in scena rappresentazioni locali dello stesso spettacolo: da un lato, i popolari tenteranno di “usare” Vox senza compromettersi troppo, cercando di ottenere dai sovranisti un appoggio esterno un po’ vaporoso per i propri sindaci e presidenti di Regione sprovvisti di una maggioranza autonoma; dall’altro, Vox cercherà di far pesare la propria indispensabilità per costringere il Pp a costruire una più esplicita alternativa al governo “di socialisti, comunisti, separatisti e terroristi” (parole di Abascal). Nessuno dei due partiti potrà ribaltare il tavolo, perché gli elettori non lo perdonerebbero, ma entrambi cercheranno di tenere il punto. Vox sa che i popolari, da soli, non possono governare da nessuna parte se non nella capitale, che non otterranno (salvo miracoli) la maggioranza assoluta alle politiche e che non hanno alleati alternativi. Ma il Pp sa che Vox deve mostrare un volto collaborativo: domenica i sovranisti hanno ottenuto un risultato ottimo rispetto alle precedenti amministrative ma modesto rispetto alle ultime politiche (e i sondaggi non sono scintillanti).
Ecco così che la decisione di Sánchez di anticipare le elezioni – un po’ obbligata ma comunque audace, secondo la migliore tradizione del premier socialista, che ha sempre tratto vantaggio dalla propria spregiudicatezza – potrebbe rivelarsi efficace. La campagna elettorale sarà breve, brutta, sporca e cattiva. E coglierà i popolari proprio nel mezzo di molte trattative locali con Vox, senz’altro non facili e, soprattutto, poco fotogeniche. Intanto, i frantumi della sinistra radicale, che è divisa tra quello che resta di Podemos (cioè poco) e mille altri movimenti tra cui la neonata piattaforma Sumar della vicepremier Yolanda Díaz, hanno per legge solo dieci giorni (sì: dieci!) per annunciare se parteciperanno alle elezioni con una coalizione o se ognuno andrà per suo conto. E anche questo fa parte dell’azzardo di Sánchez che scommette sul fatto che la fretta spinga la sinistra-sinistra a rabberciare una candidatura unitaria capace di prendere dei seggi e di portarglieli in dote. Si tratta di un aspetto rilevante visto che la débâcle di domenica scorsa è stata determinata, più che da un crollo dei socialisti, dalla scomparsa di una sinistra radicale frammentata da quasi tutte le assemblee. Infatti, osservato da vicino, il trionfo dei popolari è di fatto “solo” una somma di molte singole vittorie ai punti.
Certo, la direzione in cui soffia il vento è chiarissima. Ma sarebbe sbagliato vendere a prezzo di saldo la pelle dell’orso Sánchez. Perché se ci si concede, per una volta, di sommare le mele con le pere, e cioè di comparare i voti delle elezioni amministrative con quelli delle politiche (d’altra parte, il voto del 23 luglio è stato innescato proprio dal risultato di domenica scorsa) si scopre un dato inatteso: proiettando a livello nazionale i risultati delle municipali dell’altro oggi e applicando a quei numeri la legge elettorale in vigore per le politiche, il Pp rimane lontano dalla maggioranza anche sommando i propri seggi a quelli di Vox.