Il silenzio degli imprenditori di fronte al sacco giudiziario di Milano

"Questa inchiesta ha messo alla gogna imprese, dirigenti e funzionari pubblici, professionisti e imprenditori. Ma soprattutto ha messo in ginocchio la città". Le parole dell'ex presidente Ance Milano, Marco Dettori
25 SET 25
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Foto Ansa 

Al direttore - Accompagnato da un’enfasi mediatica sorprendente, prende sempre più forma il teorema della procura di Milano sull’allargamento dell’indagine “Urbanistica”: un sistema che avrebbe violato sistematicamente le norme per favorire progetti, elargire parcelle, muovere influenze politiche, coltivare conflitti d’interesse e mantenere il presidio sullo sviluppo della città, generando arricchimenti indebiti. Da cittadino, dico una cosa semplice: io sto con la procura. I reati contro la collettività vanno perseguiti e repressi. I reati. Tuttavia, leggendo gli atti disponibili, emergono nodi che meritano approfondimenti per evitare di trascinare nello stesso gorgo lo sviluppo di Milano. Il diritto vale se produce fiducia tra le parti; e la fiducia oggi è incrinata. Lo segnala anche il Tribunale del riesame. Questa inchiesta ha messo alla gogna imprese, dirigenti e funzionari pubblici, professionisti e imprenditori. Ma soprattutto ha messo in ginocchio la città. Il comune, nel tentativo di “correre ai ripari”, ha fermato cantieri e cambiato le regole in corsa, scaricando su operatori, professionisti e famiglie costi immediati e incertezza. Invece di difendere il lavoro – dentro norme vigenti – di donne e uomini che hanno trasformato Milano, attratto capitali e modernizzato procedure, si è scelto l’atteggiamento di chi finge di non aver visto. Ne sono seguite dimissioni di assessori e tecnici, spostamenti di funzionari, paralisi degli uffici. Per quanto tempo?
Che esistano organizzazioni criminali da colpire è fuori discussione. Ma dipingere “tutto” come potenzialmente criminale scardina l’affidamento sulle regole – ancora in vigore – alle quali Amministrazione e operatori si sono attenuti per far crescere la città. Milano forse ha commesso il “reato” di crescere troppo: ha aperto opportunità, alimentato ascensore sociale, reso la città più internazionale e accogliente, evitando l’immobilismo che altrove resiste. Il presunto “danno alla collettività”, ammesso e non concesso, sembra poca cosa rispetto all’indotto generato in quindici anni di trasformazioni urbanistico-edilizie oggi messe sotto accusa. Basta una narrazione ad alto appeal mediatico per ribaltare il quadro e bloccare l’agenda di una città operosa, colpendo anche i più deboli che nel lavoro trovano sostentamento. La responsabilità di certa enfasi giornalistica è grande: si alimentano sospetti, si sposta il giudizio dalla testa alla pancia, si confonde il necessario controllo con una condanna preventiva. In questo clima la scelta politica di chi amministra Milano è apparsa curiosa e, per molti aspetti, incomprensibile. Non si vedono soluzioni operative, né si attenua il timore – ormai diffuso – di esercitare serenamente la funzione pubblica. Alla spada di Damocle dell’inchiesta non si affiancano garanzie chiare. La Commissione Paesaggio “rinnovata” non c’è ancora; giacciono oltre 1.200 pratiche. La Città metropolitana, nel frattempo, in un mese ne ha esaminate sei. Ci rendiamo conto? I primi condannati, senza processo, sono i milanesi.
Case più care per scarsità di nuova offerta; occupazione in sofferenza per la frenata di un comparto moltiplicatore; housing sociale rinviato ancora, proprio mentre serviva garantire affordability; rischio incompiuti e contenziosi milionari per regole cambiate in corsa; servizi in indebolimento per il venir meno degli oneri di urbanizzazione. Colpisce il silenzio di associazioni imprenditoriali, sindacati, istituzioni. Un simile appiattimento è culturalmente inaccettabile per la società civile milanese, che dopo le tempeste del 1992 ha costruito un tratto distintivo: legalità, lavoro, investimento, rispetto delle regole. E’ il momento di una levata d’orgoglio: visione, governance, norme chiare; ricostruzione di reputazione e affidabilità, nel pubblico e nel privato; rifiuto della disinformazione che esalta lo scandalo e punisce ciò che andrebbe protetto. Ai giudici spetterà, speriamo presto, la parola definitiva. Colpevoli o assolti, il verdetto servirà ad “aggiustare il tiro” e a riordinare la normativa lacunosa che oggi alimenta l’incertezza. Ma una cosa è già successa: il danno economico e reputazionale, vasto e concreto, grava da subito sulla città e sui suoi cittadini. Milano non merita di essere fermata così. Legalità sì, sempre; ma insieme a regole stabili, responsabilità istituzionale e tempi rapidi della giustizia. Solo così si difendono davvero l’interesse pubblico e la crescita della città.
Marco Dettori, ex presidente Ance Milano