Il bene selvaggio

I grandi capolavori non spiegano: mostrano. Che un bambino ama forsennatamente
11 MAG 18
Immagine di Il bene selvaggio
La storia vuole che all’uscita de Nel paese dei mostri selvaggi Bruno Bettelheim lo abbia aspramente criticato invitando, anzi, i genitori a non lasciare il libro di notte nella stanza dei figli (“Don’t let this book overnight in your child’s room” era il titolo della sua recensione). Ma il problema, temiamo, è che il consiglio sia stato indirizzato alla categoria sbagliata: vista la natura del libro non sono i genitori a non doverlo lasciare nella stanza dei figli, ma piuttosto i figli a non volerlo lasciare nella stanza dei genitori, perché dice dei figli e dei bambini quello che non è affatto scontato vorrebbero far sapere agli adulti.
Lo diciamo col senno di poi, certo, perché a vederlo dopo più di cinquant’anni dalla sua uscita, è chiaro come Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak sia un capolavoro (quanto Don Chisciotte o La tempesta o Orgoglio e pregiudizio – per dire). Milan Kundera sostiene che il compito del romanzo è di mettere in scena le differenti possibilità dell’esistenza umana. E questo su di un piano psicologico serve due volte: la prima perché permette al lettore, fra le tante, di riconoscere la propria esistenza: gli dà la possibilità di ritrovarsi, trovare se stesso. La seconda perché rende il lettore riconosciuto e accettato dal mondo a lui esterno, confermando, appunto, la possibilità della sua esistenza in un se pur vasto catalogo. Ovviamente più un libro è alto, cioè si avvicina all’universalità, più è efficace questo riconoscimento. Ma l’universalità la si vede con il tempo. Di Cervantes, di Shakespeare o di Jane Austen siamo certi perché le loro opere hanno resistito ai secoli, mantenendo la loro attualità. Il caso del libro di Sendak è invece abbastanza sorprendente, perché si tratta di un albo illustrato, e anche perché la sua universalità e il suo essere un capolavoro sono chiari a cinquant’anni dalla pubblicazione.
Nel paese dei mostri selvaggi ha venduto circa venti milioni di copie, in decine di edizioni e quasi tutte le lingue del mondo: in Italia è stato pubblicato nel 1969 da Babalibri, ora è uscita una nuova edizione per Adelphi. Ha il formato di un albo illustrato e delle immagini bellissime e (come ha abilmente mostrato Anna Castagnoli) piene di riferimenti a Piero della Francesca o alle illustrazioni della Commedia di William Blake. Adulti fra queste pagine non se ne vedono, anche se sono presenti, appare soltanto il protagonista, la profondità della sua anima e la trasformazione che la sua coscienza impone ai suoi luoghi e le sue emozioni. Di parole, il libro ne conta poche, ma sono scritte con la sapienza dei più grandi poeti; tutta la narrazione è dominata dall’ellissi e dalla sottrazione, eppure dice molto più di quello che sembra: non è semplicemente la storia di un bambino che si comporta male, viene punito, si rifugia in un mondo tutto suo e poi cerca la via del ritorno. Come accade soltanto per la grande letteratura, questo libro non dice – e meno che mai spiega – ma mostra. Mostra cos’è l’infanzia, la mente di un bambino, la sua misteriosa anima, le fa parlare.
Sbagliava, quindi, Bettelheim a non volerlo lasciare nella stanza dei figli, perché questi già lo sanno cosa significa essere arrabbiati, voler scappare, volersi fare un mondo in cui rifugiarsi e dove essere il re della propria rabbia, del proprio amore e della propria forza: sanno benissimo come può essere selvaggio il bene, quale foresta di piante attorcigliate tra di loro sia il dolore, quali mostri abitano la propria coscienza e quale mare sconfinato si debba attraversare per potersi conoscere fino a capire, poi, di poter tornare a casa. A leggere questo libro, quindi, i nostri figli si riconosceranno in Max, il protagonista, capendo – visto che qualcuno ha pensato di metterli dentro a un racconto tanto bello – di essere anche loro dei mostri selvaggi, esattamente come lo sono tutti gli altri bambini.
Quelli che potrebbero restare sconvolti nel leggere il libro sono invece i genitori, soprattutto se pensavano di poter controllare le coscienze dei loro figli, decidendo quali libri tenere nelle loro stanze. Giusto all’inizio della storia, Max viene sgridato dalla madre: “Selvaggio! gridò la mamma. E allora ti mangio, urlò Max. Così fu spedito a letto senza cena”. Tutto comincia con questa risposta tanto violenta, viscerale e inaccettabile per un adulto. Dopo essere arrivato nel paese dei mostri selvaggi, esservi diventato il re e aver scatenato il finimondo, Max si sente solo e vorrebbe essere con qualcuno che lo ama “terribilmente”, così decide di ritornare. I mostri selvaggi lo supplicano: “Non te ne andare! Ti amiamo così tanto! Ti mangeremmo!”.
Ecco, ci sembrerà assurdo, ma è così che amano i bambini: mangiando. E questo tipo di amore non è facile da capire, meno che mai da spiegare, per degli adulti. Serve un grande artista, per mostrarlo.
*poeta e scrittore