il foglio ai
Max, la privacy, il controllo e i filorussi
Come la propaganda putiniana italiana ci spiegherebbe la “superapp” russa
21 OTT 25

Se fossi un algoritmo di disinformazione al servizio del Cremlino, oggi sarei euforico. La nuova “superapp” russa, Max – obbligatoria su tutti i telefoni dal 1° settembre, progettata per messaggiare, pagare, lavorare e naturalmente farsi monitorare – è la notizia perfetta per mettere alla prova la fantasia della propaganda. E allora immaginiamola, la voce della Russia in salsa italiana.
Testo realizzato con AI
Il primo a parlare sarebbe un noto opinionista da talk show, quello che “vede il buono in ogni autoritarismo purché non venga da Bruxelles”. Direbbe: “In Russia si fa ordine! Un’app unica, integrata, statale. Qui invece per pagare un caffè ci vuole il green pass digitale, lo Spid, la Pec e la benedizione del Garante”. Il pubblico applaudirebbe, confondendo la burocrazia con la libertà.
Subito dopo arriverebbe il filosofo da tweet patriottico: “La superapp di Putin è una risposta alla frammentazione del mondo moderno. Un ritorno all’unità tra cittadino e stato, finalmente mediato da un’interfaccia spirituale”. Tradotto: un panopticon con le icone color pastello.
Poi verrebbero gli influencer “realisti”, quelli che da due anni spiegano che “anche in occidente ci spiavano”. Loro direbbero: “Smettiamola con l’ipocrisia. Pensate che Google sia meglio? Almeno Putin non finge”. E’ il fascino dell’onestà brutale: se ti controllano dichiarandolo, pare quasi un atto di trasparenza.
I giornali filo-eurasiatici avrebbero titoli entusiasti: “Mosca lancia Max: la risposta sovranista all’impero digitale americano”. Nei commenti sotto gli articoli comparirebbero i soliti avatar patriottici: “Almeno lì non ti cancellano se scrivi ‘pace in Ucraina’!” e “Da noi il pensiero unico è peggio!”. Peccato che Max sia stata costruita sotto specifiche dell’Fsb per accedere a foto, contatti, geolocalizzazione e voce. Ma si sa: in Italia la differenza tra privacy e patriottismo è più o meno la stessa tra autocertificazione e autocritica.
Ci sarebbe anche la versione “social-cristiana”: qualche editoriale su Famiglia Digitale, con la tesi che un’app nazionale potrebbe “proteggere i giovani dal caos occidentale”. E’ la morale rovesciata del paternalismo: ti sorvegliano per il tuo bene, come il genitore che legge i messaggi del figlio “per proteggerlo dalle cattive compagnie liberali”.
I complottisti, invece, l’avrebbero già ribattezzata “superApp-Sanità”: “Serve per schedare i vaccinati e chi non crede alla Nato”. Un giorno, chissà, diranno che Max è stata inventata da Putin per “salvare i dati italiani dai server americani”.
I complottisti, invece, l’avrebbero già ribattezzata “superApp-Sanità”: “Serve per schedare i vaccinati e chi non crede alla Nato”. Un giorno, chissà, diranno che Max è stata inventata da Putin per “salvare i dati italiani dai server americani”.
E poi arriverebbe l’argomento preferito dei geopolitici da bar: “L’occidente teme Max perché teme la concorrenza”. Già, la concorrenza: come se la libertà di parola e il libero mercato fossero la stessa cosa, e come se un’app di stato che disattiva WhatsApp e Telegram per decreto fosse una start-up particolarmente efficiente.
Nel frattempo, qualche nostalgico di Dugin spiegherebbe che Max è l’incarnazione del “nuovo spazio eurasiatico”: un software che unisce la civiltà russa come un tempo faceva la religione ortodossa. Il paradiso digitale dove tutto è collegato – tranne le Vpn.
Il bello, per la propaganda, è che la storia funziona sempre meglio in Italia che in Russia. Perché qui ogni forma di controllo trova sempre qualcuno pronto a dire che “ci vuole disciplina”. Ogni censura, qualcuno che la chiama “ordine mediatico”. E ogni bavaglio, qualcuno che lo descrive come “protezione dell’identità”. Alla fine, il telegiornale del canale filorusso italiano chiuderebbe con la frase perfetta: “In Russia nasce un’app che unisce i cittadini, mentre in Europa le élite li dividono”.
Ecco, è così che la disinformazione funziona: non difendendo il potere, ma travestendo il potere da antidoto al caos.
In fondo, la Max di Putin non è solo un’app. E’ un’idea politica: trasformare la connessione in fedeltà. E se la propaganda italiana dovesse venderla, non avrebbe difficoltà a farlo. Basterebbe lo slogan giusto: “Meglio spiati da chi ci ama, che liberi in un mondo che non ci capisce”.