Più che una donna, ai leader in cerca di strategie servono buoni consiglieri

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
29 DIC 21
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Foto ANSA<br />&nbsp;<br />

Al direttore - Quelli che, quando non sanno che pesci prendere per il Quirinale, “ci vorrebbe una donna”.
Michele Magno
Prima ancora di ragionare sul tema “ci vorrebbe una donna”, i leader più sprovveduti e in cerca disperata di strategie per il futuro dovrebbero ragionare su un altro ritornello sempre vendittiano: ci vorrebbe un amico, per poterti un po’ consigliare.
Al direttore - Giuliano Ferrara coglie nel segno, quando scrive che una delle grandezze di Desmond Tutu è stata quella di ispirare un modello: “le vittime avevano diritto alla verità, ma non alla vendetta”; non vale per il solo Sudafrica; ed è stata una vera fortuna per quel paese che si sia realizzata una proficua, salda collaborazione tra Tutu e Nelson Mandela. C’è poi un terzo personaggio che merita di essere ricordato: Frederik de Klerk, che ha lasciato questo mondo qualche mese fa, a 85 anni. Su questa personalità si è come steso un velo d’oblio che non merita. E’ stato presidente del Sudafrica e Nobel per la pace, predecessore di Mandela; lo fa uscire dal carcere dopo 27 anni. La sua presidenza segna la fine dell’apartheid. De Klerk che avvia quella che si può definire la perestroika sudafricana. Se Mandela e Tutu hanno vinto, lo si deve anche al fatto che hanno trovato un interlocutore come de Klerk: che capisce che un certo tempo è finito, che occorre cambiare registro in modo radicale. Il “fare”, l’agire politico, il lascito dei tre sta nell’imprescindibile nesso tra diritto e nonviolenza; nell’aver saputo evitare che il “vincitore” faccia sterminio del “vinto”
Valter Vecellio
Al direttore - Credo che il senso del lungo articolo di Goffredo Bettini si possa riassumere in due frasi: a) la maggioranza per un presidente non deve per forza coincidere con la maggioranza dell’attuale governo; b) quando parlo di caratura politica, mi riferisco alla duplice capacità di intervenire nei processi con la “tecnica” appropriata e la “forza” necessaria. Bettini conclude affermando di non sapere cimentarsi “con la girandola dei nomi”. Eppure a me pare di averne letto, tra le righe, almeno uno: Romano Prodi, come possibile garante di una differente maggioranza. Sbaglio?
Giuliano Cazzola
Se proprio dobbiamo giocare con la fantapolitica e immaginare dei nomi, dopo aver letto l’identikit alternativo a quello di Draghi tratteggiato da Bettini, che comunque si augura di avercelo un Draghi al Quirinale, i nomi da considerare alla fine direi che sono tre: Giuliano Amato, Walter Veltroni, Pier Ferdinando Casini. Chi offre di più?
Al direttore - Il maxi emendamento del governo alla legge di Bilancio non ha dimenticato niente e nessuno, se non i medici, gli infermieri e i dirigenti sanitari pubblici e le loro condizioni di lavoro che diventano, ogni giorno che passa, sempre più insopportabili, da un punto di vista umano e professionale, con turni massacranti fino alla morte, come accaduto pochi giorni fa a Bari. Nella solita serie di emendamenti a pioggia, dai tavolini gratis al bonus villette fino agli specializzandi per le cliniche private, non c’è traccia di provvedimenti volti a rispondere al grido di dolore che alimenta fughe di massa dagli ospedali, da Firenze a Nuoro, o a intervenire su organici drammaticamente ridotti al lumicino, al punto da mettere a rischio la capacità stessa del sistema sanitario di resistere alla nuova ondata. E questo mentre il paese fa i conti con l’incremento di contagi e di occupazione di posti letto in area medica ed in terapia intensiva, alimentato dall’arrivo della variante Omicron.
A nostro giudizio, l’insufficiente attenzione verso queste problematiche equivale a non vedere le criticità della sanità pubblica, ad esse strettamente intrecciate. Non serviranno lacrime di coccodrillo, o tardivi allarmi sulla “tragedia” rappresentata dalla carenza di medici e personale sanitario. Servono, ora, fatti, cioè maggiori retribuzioni, riduzione di tempi e ritmi di lavoro, aumento del personale occupato, coinvolgimento nella governance dei processi clinici, fine della attesa infinita di un Ccnl 2019/2021 scaduto prima ancora della firma, mentre per quello 2016/2018, causa pandemia, ancora si attende una piena applicazione. Servono, in sostanza, interventi giuridici ed economici. Altrimenti, i medici potrebbero considerare non pessima la alternativa di lasciare ospedali e ambulatori dicendo basta ai turni eccessivi, basta al lavoro oltre l’orario contrattualmente dovuto, basta a fare in tre il lavoro di sei. E, finalmente, godersi 5 milioni di giornate di ferie accumulate, recuperare 10 milioni di ore di straordinario arretrate, passare più tempo con le proprie famiglie, stare a casa per le festività e durante i periodi di ferie. Concedersi, insomma, quello che tutto insieme non si sono mai concessi. Se per avere attenzione e rispetto dalla politica occorre fare come altre categorie hanno fatto, i medici ospedalieri e gli operatori sanitari sono pronti a dire basta ai tanti e troppi che vivono, e fanno carriera, sul loro lavoro, premiati per di più, nonostante gli errori. Se i pronto soccorso rischiano di chiudere per carenza di specialisti, come drammaticamente denunciano inascoltati i sindacati e le società scientifiche, non si può pensare di tappare il buco ricorrendo ai medici neo laureati o a cooperative che non garantiscono la competenza del proprio personale né il rispetto della normativa sulla sicurezza. Se lo stesso avviene in tutti i reparti, non si può rispondere con una alzata di spalle o con l’italico “arrangiatevi”. Perché a un certo punto “arrangiatevi” potrebbero dirlo i medici pubblici e gli operatori sanitari, invitando cittadini e politici a cercare altrove chi li cura, magari con la carta di credito in mano. Se questo paese ha deciso che dei medici e degli infermieri può fare a meno, l’Anaao se ne farà una ragione. Non così i cittadini che, piaccia o non piaccia, a essi chiedono, anche dopo la fine della retorica degli angeli e degli eroi, di fare la differenza tra salute e malattia e, spesso, tra vita e morte. Anche in una ondata pandemica il cui contrasto è oggi affidato a risorse sulla carta invece che ad un esercito armato. Medici, infermieri e dirigenti sanitari pubblici sono sfiniti e demoralizzati, sottopagati e in pieno esaurimento fisico e psicologico, ma rimangono ancora in prima linea a fornire una chance di sopravvivenza alle persone che a loro si rivolgono. Non più eroi ma vittime, della mancanza di coraggio e della perdita di memoria della politica, che continua a ignorare la gravità della situazione. Da troppo tempo si sta seminando vento da più parti. Ora la tempesta perfetta è pronta.

Carlo Palermo
Costantino Troise
Anaao Assomed