La pacchia che non c’è per Veneto e Lombardia
Promesse irreali. Salvini sa che sull’autonomia si gioca tutto, ma può fare poco
26 DIC 18

Luca Zaia, governatore del Veneto (foto LaPresse)
Chissà che non faccia una brutta impressione anche a Luca Zaia e Attilio Fontana, vedere ridotte le loro regioni al ruolo di “genitore uno” e “genitore due”: ridotte, cioè, a puro pretesto per la polemica di giornata. “Domani porteremo la bozza sull’autonomia in consiglio dei ministri”, ha annunciato Salvini giovedì scorso. E che l’abbia fatto, più che altro, per depistare l’attenzione dei media e rendere meno indigesta ai ceti produttivi del nord est una manovra che aumenta le tasse alle imprese, è stato evidente al termine del vertice di governo, l’indomani: l’unico accordo sul tema, infatti, il governo lo ha trovato sul rinvio. “Tutto rimandato a metà febbraio”. Ennesimo rallentamento su una strada che Salvini prometteva sarebbe stata rapida, e che invece si sta rivelando assai accidentata.
E certo, molto contano le resistenze grilline: quelle del ministro del sud Barbara Lezzi e dei ribelli del Senato (da Paola Nugnes a Gregorio De Falco), quelle del premier Giuseppe Conte e di Luigi Di Maio (“l’autonomia del Veneto non deve danneggiare altre regioni”). Ma ancora di più contano le resistenze della realtà, i vincoli di bilancio. Il ministro per l’Autonomia, Erika Stefani, già a fine settembre, è stata costretta a riconoscere che l’idea iniziale di Zaia, quella di mantenere sul territorio il residuo fiscale dei nove decimi del gettito Irpef, Ires, e Iva, è infattibile. Si ragionerà nell’ottica dei costi standard (“non è sicuramente un obiettivo che si può raggiungere in pochi mesi. Occorrono anni”. ha ammesso la Stefani, quasi fosse un Toninelli qualsiasi di fronte al ponte di Genova), e comunque “a saldo zero”. Insomma, l’autonomia che verrà sarà un po’ come la “flat tax a più aliquote”: ben diversa da quella promessa. Sempre che, alla fine, la si faccia davvero, benché in forma ridotta. Salvini sa che proprio la prospettiva autonomista fa sì che il malcontento lombardo-veneto non esploda, ma sa anche che convincere Di Maio prima delle Europee sarà difficile. Più che altro, allora, quello dell’autonomia sembra essere un buon argomento da usare a tempo debito come pietra d’inciampo per l’esecutivo grilloleghista. Giorgetti, d’altronde, è stato chiaro: “O si fa, o il governo rischia”. Appunto.