L'Umbria spiega al resto dell'Italia la pazzia di essere No Tav
L'Ohio italiano non è attrattivo per i turisti, che non sono molti e si fermano per poche notti
18 OTT 19

Vista di Assisi (foto Wikimedia Commons)
Si scrive Umbria, si legge Ohio. Celebrata dalla pubblicità e prima dai poeti come “cuore verde d’Italia”, l’Umbria non appare ancora particolarmente attrattiva per i turisti. Secondo il dossier della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola impresa dell'Umbria, su dati Istat, nel 2018 gli arrivi sono stati 2,9 milioni, e le presenze (cioè i pernottamenti) 5,9 milioni. Queste cifre pongono l’Umbria rispettivamente al 14mo e 17mo posto nelle classifiche regionali, superata quanto a presenze da regioni direttamente e geograficamente concorrenti come Abruzzo e Marche. In questo caso il motivo è essenzialmente la bassa permanenza dei turisti che si fermano in Umbria 2,4 notti, su scala nazionale il dato più basso dopo la Lombardia, con una differenza tra opposti: la Lombardia riflette l’enorme attrazione del business, che comporta soggiorni brevi; l’Umbria, non è precisamente una terra di affari, non trattiene i suoi ospiti con le città e cittadine artistiche, gli itinerari nel verde e le bellezze naturali.
Combattere la retorica del piccolo è bello. Il caso umbro
E ha anche un grosso problema di gestione delle infrastrutture – un aeroporto di Perugia che funziona male, ferrovie malconce, alta velocità praticamente inesistente – senza rafforzare le quali è inimmaginabile poter scommettere sul turismo (negli anni la ricettività extra alberghiera è cresciuta in termini di strutture e presenze, ma strade, connessioni, reti di servizi rimangono in gran parte da adeguare per una piena capacità di accoglienza). Magari è anche per questo il centrosinistra alleato dei 5 stelle, ha candidato in extremis il presidente di Federalberghi Vincenzo Bianconi dopo decenni di politici professionisti. Nel valutare il numero dei turisti bisogna tener conto che l’Umbria è una regione con pochi abitanti, e il rapporto tra arrivi e residenti migliora un po’ la situazione: con 276 arrivi ogni 100 residenti la regione torna al di sopra della media italiana (212), però è abbondantemente superata da Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta, Veneto, Toscana, Liguria. La sintesi della situazione è data dal trend di crescita degli arrivi dal 2010 al 2018: più 19 per cento, contro il più 30 di media nazionale e gli exploit di Veneto, Lombardia, Sicilia, anche Basilicata. Nelle presenze più 6 per cento, rispetto al 14 di media nazionale, e al 13 e 20 per cento delle confinanti Toscana e Lazio. Nel turismo i paragoni con l’Ohio, stato agricolo e industriale (Goodyear, Cleveland e Dayton), appaiono difficili.
Il gran termometro dell’Ohio italiano
L’Ohio fa però parte della “rust belt”, la cintura della ruggine del Midwest ex cuore industriale d’America in crisi. L’Umbria, con le acciaierie Tyssen di Terni e il distretto di Narni sempre in bilico, rischia di arrugginirsi anch’essa. A meno che non ci sia qualcuno, in Umbria come in Italia, pronto a trasformare finalmente i problemi in opportunità.

