Prima si salva, poi si redistribuisce

Il cambio di paradigma nella gestione degli sbarchi. Una buona notizia
20 FEB 21
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(foto Ansa)

Con Matteo Salvini al ministero dell’Interno abbiamo imparato a diffidare della storiella che fa dipendere il numero delle partenze dei migranti dalla Libia da quante navi sono pronte a salvarli al largo. Oggi sappiamo invece che si parte se il mare è calmo, come è successo all’inizio di questo mese, quando abbiamo assistito a una mini ripresa delle partenze nel Mediterraneo. Un fenomeno accompagnato stavolta da una novità. Lo scorso 7 febbraio sono bastate 40 ore all’Italia per assegnare un porto sicuro per lo sbarco dei 343 migranti a bordo della nave umanitaria Ocean Viking; una settimana dopo alla Open Arms è stato concesso l’approdo nel giro di 15 ore dalla richiesta di aiuto. La ragione di questa svolta, invocata più volte e da più parti in nome del buon senso, sta nell’inversione dell’assunto coniato quando al Viminale c’era proprio Salvini e mantenuto in vigore dal suo successore Luciana Lamorgese, ovvero: prima si redistribuiscono i migranti, poi si concede un porto di sbarco. Ecco, ora l’ordine di priorità è stato invertito.
Non è un aspetto secondario, perché afferma che l’obbligo di salvare vite viene prima della retorica securitaria. Il 4 febbraio è stato approvato il nuovo Piano nazionale per la ricerca e il salvataggio in mare che ha corretto molte “storture” ereditate dalla gestione Salvini. Il nuovo decreto ministeriale sancisce che il salvataggio si conclude solo una volta che i naufraghi sono fatti sbarcare a terra e quindi esclude che possano essere trattenuti a bordo delle navi soccorritrici in condizioni sanitarie al limite della sopportazione. Di questo cambio di logica si è accennato anche ieri, in occasione della nuova udienza a Catania per il caso Gregoretti, in cui Salvini è imputato per il reato di sequestro di persona aggravato.
A Lamorgese, chiamata a testimoniare insieme a Di Maio, è stato chiesto quale fosse la differenza tra il caso Gregoretti e quello della Ocean Viking, che nell’ottobre 2019 – sotto la sua gestione – rimase in mare più di 12 giorni con 104 migranti a bordo. “C’è una continuità di azione”, avrebbe risposto. Sono queste “storture” che, ci si augura, possano sparire del tutto d’ora in avanti.