Politica
gli equilibri nel centrodestra •
FdI si prepara a conquistare il nordest. Ma non ha i politici per governarlo
Le elezioni in Fvg confermeranno il nuovo assetto del centrodestra: presidenti di regione forti, Lega in affanno, meloniani in testa. Chi saranno i nuovi Zaia e Fedriga? Nel partito di Giorgia buio pesto (e i soliti imbarazzi con la storia)
31 MAR 23

Aspettano tutti al varco. Più della vittoria annunciata di Fedriga, quella intestina di Fratelli d’Italia sulla Lega. Che trema in tutto il nordest: alle politiche, lo scorso settembre, i consensi dei meloniani in Friuli Venezia Giulia triplicarono quelli del Carroccio. E ad oggi non ci sono elementi per credere che la musica sia cambiata granché. Salvo il peso specifico del governatore uscente, che corre con una propria lista pronta a intercettare i voti ai partiti. Ma se a uscirne peggio saranno i salviniani, di fatto il Fedriga bis sarà un mandato di transizione verso una regione targata FdI. E un esperimento in vista del Veneto, dove pure la Liga è in apnea e nel 2025 scadrà il lungo dogado di Luca Zaia. A quel punto, chi saranno i volti nuovi di Giorgia in queste terre? Sembra risuonare quell’antico motto – ci perdonino le frotte autonomiste da Verona a Trieste – di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”. E cioè, che Meloni stia sbaragliando la concorrenza anche in Triveneto è un fatto in via di definizione. La premier però ha un problema di leadership locale. Con Zaia e Fedriga i rapporti sono buoni, di conclamata stima reciproca. A differenza, sin dal governo Draghi, dell’andazzo tra i due amministratori e Salvini – che pure sarebbe il loro tecnico superiore. Ma restano due uomini storici della Lega storica. Non c’è trasformismo che tenga: nel medio periodo a FdI serve una classe dirigente propria. Che finora è fragile, incline agli annosi polveroni attorno al partito. E che del partito non riesce a tenere il ritmo alle urne.
Partiamo dal Friuli, tema caldo del momento. Qui il coordinatore regionale dei meloniani è Walter Rizzetto, ex M5S oggi alla Camera e sponsor principale di Marzio Giau: candidato nel collegio di Udine con Fratelli d’Italia, tra i favoriti per entrare in Consiglio alle prossime elezioni. Giau nella vita fa l’architetto. È un militante di vecchia data, pronto al grande salto in regione. E ha quel problemino di nostalgia tipico della Fiamma: slogan da ventennio, foto con braccio teso, una che lo ritrae perfino a fianco di un poster delle Waffen SS – il reparto militare delle Schutzstaffel naziste. Le ha pubblicate in esclusiva il quotidiano Domani. D’altronde, se un profilo come quello del manager Claudio Anastasio era arrivato a farsi nominare direttamente dal governo Meloni, figurarsi cosa può bollire nelle periferie politiche del paese.
In Veneto la situazione non è molto diversa. Soltanto un po’ più nota. A onor di precisione, qui è stato eletto un pilastro della pattuglia parlamentare di FdI come Carlo Nordio. Più Luca De Carlo, Raffaele Speranzon o Adolfo Urso, profili istituzionali della nuova destra. Poi però c’è chi è rimasto a casa. Come Elena Donazzan, assessore regionale all’Istruzione. Già qualche mese fa raccontava al Foglio che “i tempi del dopo-Zaia sono maturi”, rivendicando il ruolo di governatore per il proprio partito. Se è stata esclusa dalle liste, dice lei, è “perché servo qui”. I suoi avversari ne fanno invece una questione di presentabilità. Donazzan infatti non ha alcun problema a esternare le sue simpatie, finendo alla ribalta della cronaca per svariate polemiche sul fascismo. Tutto quello che oggi non fa il gioco di Giorgia Meloni, a caccia di buona immagine da Roma a Bruxelles. Il guaio è che le cartucce sono poche. Con il rischio che l’exploit elettorale si risolva in un nulla di fatto per mancanza di condottieri qualificati. E che insomma la Lega continui ad abbaiare – “col c… che faremo cambiare gli assetti in regione”, giura Marcato – ma che FdI non riesca a mordere. In Veneto come in Fvg: anti-Zaia o anti-Fedriga cresciuti in casa, i meloniani non ne hanno. E forse sanno che sarà così per un bel pezzo. “Noi siamo fervidi sostenitori dell’abolizione al tetto dei mandati dei governatori”, ha dichiarato a più riprese il senatore De Carlo. Della serie: meglio uno Zaia a vita, che uno dei nostri bruciato in partenza.