Politica
l'editoriale del direttore •
Qualche stella brilla di meno: per Meloni la strada ora è in salita
Difesa dell’Ucraina, stabilità unica in Europa, rapporto con le imprese: la nuova stagione politica ha indebolito questi punti di forza. E l’essere argine al salvinismo e la prudenza sui conti sono importanti, ma nell’èra del trumpismo non bastano più
24 MAR 25

Giorgia Meloni (LaPresse)
E’inutile negarlo. Giorgia Meloni, da settimane, vive una fase politica difficile, complicata, scivolosa, e al centro delle sue problematiche vi è lo stesso leader che, teoricamente, avrebbe dovuto portare maggiore linfa alle destre mondiali, compresa quella italiana: Donald Trump. La direzione di Meloni, nonostante tutto, non si può dire che sia deficitaria e non si può dire, che seppur con mille difficoltà, il governo italiano abbia cambiato rotta, tradendo tutto ciò che di buono, a livello internazionale, aveva seminato prima dell’affermazione di Trump alla Casa Bianca. La questione, come si dice, è più sottile e riguarda il futuro delle stelle fisse della costellazione meloniana. Fino a oggi, Meloni è riuscita a conquistare una sua credibilità, e una sua affidabilità, oltre che una sua popolarità, come dimostrano anche i sondaggi, e raramente ci sono stati capi di governo in grado di non perdere molto consenso dopo quasi tre anni a Palazzo Chigi, puntando su cinque fattori.
Il primo fattore, almeno fino a oggi, ha coinciso con la difesa senza sconti e senza titubanze e senza imbarazzo dell’Ucraina ed è stato attorno a questa difesa che Meloni è riuscita a entrare nelle grazie anche di quelle cancellerie internazionali che sulla premier italiana, visti i suoi trascorsi populisti e putiniani, avevano molti dubbi. Il secondo fattore, almeno fino a oggi, ha coinciso con la stabilità, con la capacità cioè dell’Italia di poter essere considerata in giro per l’Europa, e non solo lì, come un’oasi felice, come l’unico governo in grado di proiettarsi nel tempo senza avere intoppi potenziali.Il terzo fattore, almeno fino a oggi, è stato la prudenza, l’affidabilità dei conti, la capacità di gestire il debito, di non assecondare gli istinti spendaccioni tipici dei populisti. Il quarto fattore, almeno finora, è stato quello di essere, il governo Meloni, un asset imprescindibile per proteggere le imprese italiane dal partito trasversale della decrescita felice. Il quinto fattore, più politico, ma non indifferente, e forse il più importante per Meloni, è stato quello di essere stata, in questi due anni e mezzo a Palazzo Chigi, un argine al salvinismo, e per quanto possa sembrare paradossale, per Meloni il semplice non essere stata Salvini è stato un elemento di grande accreditamento internazionale.
Nella nuova stagione politica, per Meloni, vi sono alcune stelle fisse al loro posto (non essere Salvini, per esempio, e hai detto poco), vi sono alcune caratteristiche che sono rimaste intatte (come la prudenza sui conti, per esempio, e hai detto poco). Ma vi sono alcuni punti di forza, per Meloni, che sono diventati negoziabili, e che essendo stati messi in discussione sono diventati tre elementi di fragilità potenziale per l’Italia. Il primo tema, naturalmente, riguarda l’Ucraina. Meloni non si può dire non sia schierata a difesa dell’Ucraina, ma il bullismo di Trump contro Zelensky ha avuto l’effetto di stemperare l’entusiasmo con cui, fino a qualche settimana fa, la premier difendeva la causa dell’Ucraina e di conseguenza la centralità dell’Italia nella politica estera europea ne ha risentito, come dimostra il fatto che l’arrivo di Trump ha rivitalizzato tutti i leader in Europa che si sono mostrati pronti nel reagire alle sberle americane e che hanno scelto di prendere sul serio la minaccia trumpiana all’Ucraina. Il secondo tema, più sottile, riguarda una condizione che l’Italia oggettivamente non ha più: la stabilità unica in Europa. C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui in Europa la condizione era questa: governi instabili nel Regno Unito instabile, maggioranze fragili in Germania, governo di minoranza in Francia, e in Spagna. L’Italia, in quel contesto, era l’unico grande paese europeo senza problemi di maggioranze, con un governo stabile con una lunga prospettiva di vita. Le caratteristiche dell’Italia sono ancora lì, di fronte a noi, ma l’Italia in questi anni ha perso la sua unicità e la sua specificità, su questo terreno, e l’Europa oggi ha paesi con governi più stabili e più duraturi rispetto all’Italia. Il Regno Unito, in primis, pur essendo fuori dall’Ue, e in secondo luogo la Germania, il cui governo dovrebbe nascere entro Pasqua e il cui percorso dovrebbe essere caratterizzato da una grande mole di denaro pubblico investito nel paese, elemento che potrebbe portare vitalità all’economia italiana ma che è destinato nei prossimi anni a ridare alla Germania una centralità che aveva perso in questi anni. Il terzo elemento, in bilico nell’identità meloniana, riguarda il rapporto con le imprese – e da questo punto di vista si capisce la ragione per cui, martedì scorso, Meloni si è sentita in dovere di lanciare un messaggio al ceto produttivo: non vi preoccupate, i dazi sono un tema che mi sta a cuore – ed è legato anche a un altro elemento di fragilità meloniana: la consapevolezza che l’amicizia con Trump prima o poi la metterà di fronte a una scelta potenzialmente dolorosa, dover decidere cioè se stare con le imprese italiane o con la presidenza americana, e dover trovare un modo per convincere il partito del pil sulla bontà della posizione dell’Italia.
Non è semplice, non è facile, è una posizione che crea disorientamento, ci sono punti cardinali che Meloni ha smarrito, e il grande tema di qui ai prossimi mesi sarà dunque anche questo: nella galassia meloniana ci sono stelle che brillano meno, riuscirà Meloni a trovare delle altre stelle per continuare a brillare o la stella del trumpismo avrà l’effetto di far brillare un po’ meno la stella meloniana? La direzione è giusta, il disorientamento c’è, e per la prima volta da quando è a Palazzo Chigi la strada per Meloni non è più in discesa ma è solo in salita: non essere Salvini è importante, ma nella stagione del trumpismo non basta più.
Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
