L'insostenibilità del Padiglione Italia alla Biennale

L'installazione di Gian Maria Tosatti, artista concettuale con velleità sociofilosofiche, ha ingombrato lo spazio per intero, negandolo a tanti pittori e scultori: con la scenografia di una fabbrica vuota. Un'arte disumana
26 APR 22
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Ansa 

Se c’è qualcosa di insostenibile, alla Biennale di Venezia dove la parola “sostenibilità” rimbomba imperiosa, è l’installazione con cui Gian Maria Tosatti, artista concettuale con velleità sociofilosofiche, ha ingombrato il Padiglione Italia: la scenografia di una fabbrica vuota. Insostenibile per gli artisti italiani: un unico artista ha occupato, cosa mai accaduta prima, l’intero padiglione nazionale, negato a tanti pittori e scultori per soddisfare la vanità di un singolo molto ammanicato. Insostenibile per l’umore: mette una grande tristezza. Insostenibile per i costi: oltre due milioni di euri, cifra con la quale si poteva salvare qualche piccola azienda, trasformando la chiacchiera sulla deindustrializzazione in industria vera. Insostenibile per l’assurdo consumo di spazio: l’arte è l’universale nel particolare, non il contrario, e la scala 1 a 1 è lo spreco del logorroico incapace di sintesi. Insostenibile per la dignità dell’uomo, calpestata nell’inevitabile predicozzo ambientalista del Tosatti: “Dobbiamo cedere il nostro primato. Dobbiamo fare una rivoluzione culturale e non schiacciare neppure uno scarafaggio”. Sostenibile per gli insetti, quest’arte disumana.