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Il valore artistico percepito della Venere degli stracci
A chi ha dato fuoco all'opera di Pistoletto bisognerebbe chiedere il perché. Indizio: a definire l’arte contemporanea non è il suo intrinseco valore estetico ma solo il consenso di chi ne fruisce
13 LUG 23

Foto Ansa
Il signore di Casalnuovo, accusato di avere dato fuoco alla “Venere degli stracci”, si difende e nega com’è suo diritto; se invece confessasse, o se venisse individuato un altro perpetratore, sarebbe il caso di domandargli come mai abbia attentato proprio al cumulo di abiti dismessi nobilitati dall’arte di Pistoletto, e non – che so – al “Cristo Velato” del Sanmartino, alla “Flagellazione” di Caravaggio, all’“Ercole Farnese” o anche solo alle statue dei regnanti sulla facciata della Biblioteca Nazionale. L’opzione meno probabile è che il piromane abbia agito per prossimità: si trovava a passare da piazza del Municipio e non aveva tempo di andare fino alla Cappella Sansevero, a Capodimonte, al Museo Archeologico o in piazza Plebiscito. L’opzione che tutti si berranno è quella psicologica: lo sbandato ha agito perché non tollerava la bellezza, è stato accecato dalla rabbia, si è fatto trasportare da una furia iconoclasta di cui egli stesso non riesce a spiegarsi la ragione. Ma l’opzione più plausibile, secondo me, è questa: come il bambino della famosa favola, ha visto quella catasta di vestiti abbandonati per ciò che effettivamente era, una catasta di vestiti abbandonati, e non per quello che artista e pubblico si sono accordati di vederci. L’ha proclamato senza infingimenti, con un gesto radicale che può essere considerato esso stesso performance, poiché ci dice due cose fondamentali: che a definire l’arte contemporanea non è il suo intrinseco valore estetico ma solo il consenso di chi ne fruisce. E che l’artista è nudo.