Cosa ci dice il caso dei bambini responsabili dell'omicidio stradale al Gratosoglio

Rubano un'auto e investono una pensionata nella periferia sud di Milano. Più che sulla loro etnia, sulla loro provenienza e sul loro censo, sarebbe necessario concentrarsi sulla loro età, fra gli 11 e i 13 anni, che è la vera chiave di volta dell'intera vicenda
13 AGO 25
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Ho scartabellato fra le diverse versioni della morte della povera settantenne del Gratosoglio, ricavandone che è stata investita e uccisa da “giovani”, “giovanissimi”, “minori”, “adolescenti”, “ragazzi”, “ragazzini”; fino a che questo velo di pudicizia non è caduto e su più fonti si è iniziato a chiamare i quattro criminali fra gli 11 e i 13 anni col nome appropriato, cioè “bambini” (il CorSera ci ha tenuto a specificare che questi bambini “sono tutti minorenni”). Più che sulla loro etnia, sulla loro provenienza e sul loro censo, credo sia necessario concentrarsi su quest’aspetto della loro identità, che è la vera chiave di volta del furto con omicidio del Gratosoglio. Magari è la volta buona che vien meno anche la consueta ipocrisia pseudo-ottimista che vede i bambini come creature innocenti, una sorta di Eden ambulante nel circostante inferno della vita quotidiana, scrigni di chissà quali speranze riposte in un futuro migliore. Magari finalmente si riesce a scardinare il ragionamento assurdo e scombiccherato per cui, siccome gli adulti sono cattivi, allora i bambini – che sono il contrario degli adulti – devono per forza essere buoni. Invece i bambini sono cattivi: perché, crescendo, diventano adulti.