L'assurda polemica sul presunto razzismo nella pubblicità di un docciaschiuma

La réclame di un prodotto dichiarato adatto a ogni tipo di pelle mostra modelli neri e poi bianchi lavarsi, ma per il tribunale popolare permanente c'è un sottotesto etico. Magari non tutto il male viene per nuocere
22 AGO 25
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Rassegnatevi, i jeans di Sydney Sweeney sono il passato: l’ultimo grido della polemica in materia di pubblicità razzista è ora la réclame di un docciaschiuma che, per dichiararsi adatto a ogni tipo di pelle, mostra dapprima modelli neri e poi modelli bianchi. Se non che, nel modo in cui è montata la réclame, sembra che i modelli neri si lavino per diventare bianchi, implicitamente suggerendo che la pelle nera sia sporca e quella bianca, pulita. È una castroneria talmente grande (sia che la pelle nera vada sbiancata lavandola; sia che un copywriter possa scientemente uscirsene con una trovata del genere) da non meritare nemmeno un commento. Colpisce piuttosto la totale fagocitazione del messaggio pubblicitario – cioè: abbiamo prodotto una merce, dateci dei soldi e ve la consegniamo – a opera del sottotesto etico. È infatti plausibile che, al momento di selezionare modelli intenti a farsi la doccia, i pubblicitari abbiano voluto includerne di ogni colore per mostrarsi antirazzisti, finendo tacciati di razzismo poiché nessun intento è sufficientemente buono, in un mondo in cui un tribunale popolare permanente sta sempre col fucile spianato. Magari non tutto il male vien per nuocere e, a furia di polemiche pretestuose, prima o poi torneremo al modello ideale, essenziale di pubblicità: “Questo è un docciaschiuma. Fa ciò che è scritto sull’etichetta”.