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La coda alle mostre di Man Ray e Andrea Appiani spiega il carattere degli italiani
Al Palazzo Reale di Milano si vedono file per la mostra dell'artista statunitense e sale vuote per il fotografo italiano: non è questione di merito, ma di come a noi italiani piace guardare sempre con un certo sospetto i vicini di casa. E di quanto ci piace dirci moderni, ma con mezzo secolo di ritardo
3 OTT 25

Foto Ansa
Perché al Palazzo Reale di Milano ho trovato una bella coda per la mostra su Man Ray mentre sono entrato in fretta a quella su Andrea Appiani? Non credo dipenda dalla caratura degli artisti, che sono incommensurabili, né dalla qualità delle esposizioni, di fatto equivalente. Penso piuttosto abbia a che fare col carattere di noi italiani. Ray è noto soprattutto come fotografo, Appiani come pittore; e a noi italiani piace l’arte che ci illude della sua facilità, quella che ci fa credere basti un colpetto di pollice sullo smartphone. Ray è nato a Filadelfia e morto a Parigi, Appiani è nato e morto a Milano; e a noi italiani piace guardare sempre con un certo sospetto i vicini di casa. Ray è stato uno spericolato avanguardista, Appiani è stato un caposaldo del neoclassicismo; e a noi italiani piace mostrarci aperti alle novità, a patto che sia passata almeno una cinquantina d’anni. Ray dipingeva le effe del violoncello sulle schiene femminili, Appiani ritraeva già nel 1796 un giovane generale destinato a farsi un nome, Napoleone Bonaparte;e a noi italiani piace credere che il genio sia soltanto provocazione e mai intuito, mai lungimiranza.