F. Merlo, il Polonio

Sul caso Imane Fadil non dà di assassino a Berlusconi, però dice che è “il simbolo di un’epoca senza verità, dove il contesto rende credibile anche l’incredibile”
19 MAR 19
Immagine di F. Merlo, il Polonio

Foto LaPresse

Come il Polonio di Amleto, Francesco Merlo ha origliato dietro le tende del Mistero, ma ha frainteso. E mal gliene incoglie. Gli è toccato, ieri, di dover dare man forte al processo sommario indiziario e con verdetto già scritto che Rep. ha istruito: Imane Fadil è morta avvelenata da Berlusconi. Ma Merlo non è Travaglio, che fa macelleria (Matteotti, Pecorelli). Merlo è scrittore di classe, grande manipolatore delle parole, che a seconda di come si cesellano danno forma a verità diverse. Del resto il barocco è pirandelliano, finzione di scena. Quando viene bene è teatro dell’assurdo, se viene male è farsa del pretestuoso e falsificazione. Scrive Merlo, per schivare i nudi fatti (non sono “pistaroli” a Rep., quanta ipocrisia) che “nessuno ha avuto pietà per l’Olgettina d’Italia”. Che però è “morta avvelenata” (dice due volte) anche se non è. La magia delle parole sfuma, ma si trasforma in veleno. Non dà di assassino a Berlusconi, però dice che è “il simbolo di un’epoca senza verità, dove il contesto rende credibile anche l’incredibile”. E siccome nulla si può dire di ciò che è inconoscibile, come direbbe il suo conterraneo Gorgia, prende la desolata Imane e la trasforma nell’Olgettina, anzi in Maria Maddalena, “tra sacralità e prostituzione”. La Donna come il maschio italico la vuole, e di solito poi la vuole morta. La paragona alla May e alla premier neozelandese, e persino a Greta. Un funambolismo pretestuoso e fuori contesto che nemmeno una #senonoraquando, parole che non svelano nulla. Ma servono soltanto per dire quel che dall’inizio si doveva dire: l’ha avvelenata Lui. Polonio.