La cultura dello stupro, concetto che si allarga perdendo di rigore

Faremmo meglio a conoscere e coltivare il dibattito, invece di importare pigramente i ritrovati dei campus americani. Altrimenti passiamo dal constatare l'esistenza di una mentalità all'affermazione di un sistema
22 APR 21
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Foto Lapresse 

Nel novembre 2014 Wendy McElroy, femminista libertaria, partecipò a un dibattito alla Brown University con la blogger Jessica Valenti sulla “cultura dello stupro”. McElroy espose le sue obiezioni a quella che le sembrava una costruzione ideologica aberrante (ne farà un pamphlet due anni dopo, “Rape Culture Hysteria”). Ma Valenti alzò gli occhi al cielo e disse, tra gli applausi, di essere esausta di dover parlare di cultura dello stupro come se la sua esistenza fosse ancora “up for debate”. E invece faremmo bene a conoscerlo, il dibattito, e a coltivarlo, anziché importare un po’ pigramente sui nostri giornali i ritrovati dei campus americani.
Dopo l’atroce video di Grillo, ho letto ovunque articoli e schede informative in cui la cultura dello stupro era presentata come una nozione ben definita e tutto sommato rigorosa. Non è così. È semmai uno di quelli che D. Patai e N. Koertge (“Professing Feminism”, 1994) chiamano “concetti fisarmonica”, che si allargano perdendo via via ogni rigore. Si parte constatando l’esistenza (innegabile) di idee, ideologie e mentalità indulgenti in vario grado con lo stupro. Poi però, ampliando il mantice teorico, si pretende di sostenere che siano egemoniche; che insieme ad altri fattori facciano sistema (una “cultura”, appunto); che addirittura la nostra sia definibile, in toto, come cultura dello stupro (dove “nostra” può ampliarsi fino a includere continenti e millenni…). Ciascuno può scegliere l’apertura della fisarmonica che gli è più congeniale. Basta non scambiarla per un diapason.