Il mito dei magistrati monaci

Si scrive che la vita del magistrato sarebbe una vita d'asceta: niente interviste, niente politica, ecc. O almeno lo era, si scrive, fino a Mani pulite. Ma Mani pulite non è stato il germoglio, bensì il frutto maturo di una fertilizzazione quarantennale
20 SET 25
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Olycom

Scrive Massimo Fini sul Fatto che la vita del magistrato “è, o dovrebbe essere, una vita d’asceta, dovrebbe corrispondere a una vocazione come quella dei sacerdoti”; scrive pure che ai suoi tempi, e almeno fino alla prima fase di Mani pulite, era così. Giudici riservati, che non rilasciavano interviste, non si tuffavano nell’agone politico, parlavano solo “per atti e documenti”. Ora, non so in quale linea temporale del multiverso viva Fini, so solo che non è la stessa in cui abito io. Qui nella mia, infatti, Mani pulite non è il germoglio di niente, è semmai il frutto maturo di una fertilizzazione quarantennale.
Penso di essere uno dei pochi under novanta ad aver letto "Il sacerdote di Temi" di Guido Raffaelli, magistrato d’appello a Milano, una specie di regola monastica per i novizi dell’ordine giudiziario (c’era perfino un capitolo sul celibato del giudice). “La carriera del magistrato è come quella del sacerdozio”, esordiva Raffaelli in uno dei primi capitoli. E andava avanti prospettando una vita di impenetrabile solitudine, libera dai quattro sentimenti – odio, amore, speranza, timore – che turbano l’indipendenza di giudizio. Raffaelli scrive nel 1945; ma già dieci anni dopo, con il caso Montesi, si ha la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Temi. I sacerdoti giudicanti per lo più resistono; ma i requirenti cedono alle lusinghe del maligno, che si presenta alla soglia delle loro celle con un taccuino, un microfono e un flash. Alcuni si trasformano in preti da dissenso post-conciliare, oltretutto negli stessi anni, e predicano alle assemblee con una chitarra in braccio; altri si prostrano davanti al tentatore che li ha elevati sul pinnacolo del tempio mediatico-giudiziario; per altri ancora, titolari d’inchieste tutte mediatiche e niente giudiziarie, solo l’esorcista può qualcosa. Del resto, Satana è l’Accusatore, dunque un collega, e fa un mestiere diverso sia dal Paracleto, l’Avvocato, sia dal Giudice sommo. Lassù le carriere sono separate ab aeterno. Come in cielo, così in terra.