Chiesa e sinistra dovrebbero parlare a chi ha qualcosa da perdere, e la sta perdendo
In un'intervista a un suo biografo britannico, il Papa parla del suo confinamento e dell’occasione, la necessità, che la pandemia offre alla metànoia, la conversione. Postilla alla piccola posta di ieri
13 MAG 20

(foto LaPresse)
Postilla alla piccola posta di ieri. Ieri era la giornata internazionale dell’infermiere, e il papa Francesco ha ripreso la sua immagine della Chiesa come “ospedale da campo dopo la battaglia”. L’aveva introdotta nel lungo colloquio-intervista del 2013 per la Civiltà Cattolica con padre Antonio Spadaro S.I., il quale, sospettato suggeritore dell’immagine, ne ha fatto a sua volta un uso costante. Carica di obiezioni e dissociazioni – la più distinta da Giuliano F.: “le mie ferite non sono curabili nel suo ospedale da campo” – l’immagine, derivata del resto dalla parabola del samaritano, ha avuto una sua rianimazione semiprofetica negli effettivi ospedali da campo montati “durante la battaglia” contro la pandemia. Che è costata un numero ingente di vite a medici e infermieri samaritani. Ho letto una intervista dello scorso mese del papa a un suo biografo britannico, Austen Ivereigh, tradotta per la stessa rivista gesuita da Spadaro, che ne era stato mediatore. Francesco parla del suo confinamento e dell’occasione, la necessità, che la pandemia offre alla metànoia, la conversione. Parla della discesa nel sottosuolo, nel mondo degli spogliati, del bisogno di “capire chi prima aveva e ora non ha più”. E’ quasi l’interlocutore cui avevo provato a dire che, ciascuno col proprio linguaggio, Chiesa e politica di sinistra dovrebbero riuscire a parlare, oltre che agli ultimi, gli spogliati, i defraudati, quelli che non hanno da perdere che le loro catene o nemmeno più quelle. Quelli che hanno qualcosa da perdere, e che la stanno perdendo.