Boato, il poeta che si prendeva cura del mondo

Le poesie di Sandro Boato, militante, ecologista e tanto altro ancora. In una raccolta le sue liriche. Quando la politica si colorava di "verde"
22 LUG 20
Immagine di Boato, il poeta che si prendeva cura del mondo

Boato (La Presse)

Sandro Boato (1938-2019) è stato un militante politico, un pacifista, un urbanista, un rigoroso ecologista, e intanto scriveva poesie. Come con un amore segreto, riservato agli intimi, di cui un po’ ci si rimproveri, come di una debolezza propria, o come una invalidità degli altri.
Bisognava prendersi cura insieme del mondo, e non era il momento delle poesie, forse sarebbe venuto. Allora, forse, le avrebbe radunate in un libro solo, “bello nella forma, prezioso nel testo, accurato e duraturo – magari eterno”. Ma “non troppo grande, da tenerlo nell’isola del naufragio, nella stretta cella del carcere, a letto nella malattia, in treno o in metrò”.
E’ uscito ora quel libro, appena dopo, pubblicato dalla Morcelliana, “Là dove core el me pensier in fuga”, bello delle figure di suo figlio Matteo e ricco della presentazione critica di Giuseppe Colangelo (392 pp., 30 euro). Amo specialmente le poesie in dialetto – se va chiamato così, il veneziano e il trentino. Ogni tanto ricorro al glossario, ma anche senza ho l’impressione che la musica dei versi mi si sciolga dolcemente in bocca. Forse perché nelle poesie italiane prevalgono le parole sdrucciole, e riflessive, e nelle dialettali le tronche, e ne viene un ritmo di canzone o di filastrocca, e una voglia di impararle a memoria e ridirle ad alta voce, camminando da soli in un bosco o alzando un bicchiere con gli altri. Anche un solo verso, per esempio:
“no vedo l’ora de rivàr al mar”.
Lo riaccosto alla strofa che precede, che ha a che fare con la conversione ecologica, la “metamorfosi” cara a lui e al suo amico Alex Langer:
“Còrar in vena gera cussì belo
invesse qua me par de sofegàr
de fango carta plastica veleni –
no vedo l’ora de rivàr al mar”.
Oppure – è la tentazione del lettore di farsi la propria piccola antologia personale – la filastrocca:
“tera e aqua, aqua e tera
teraferma no ghe gera
teraferma, a no tremàr
campi e prài da lavoràr.
E anche qui la conclusione con quell’arrivare, che ha l’acqua e la terra nella sua etimologia:
“…
co la sera rivarà
tuti deventarà tera”.