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Pestato per strada, arrestato e imprigionato: muore suicida. Tutto bene?
Musa Balde, migrante dalla Guinea, viene malmenato a Ventimiglia da tre italiani. Gli inquirenti escludono il movente razziale e trasferiscono il giovane in un centro di permanenza per il rimpatrio. Sabato notte il tragico finale
25 MAG 21

Presidio contro l'apertura del Cpr (centro di permanenza per il rimpatrio), Milano 2020 (Ansa)<br /> <br />
Musa Balde, 23 anni, guineano, viene pestato con mazze bastoni pugni e calci da tre italiani che lo accusano di tentato furto di un telefonino. (Lui dice che chiedeva l’elemosina). Una persona gira un video del pestaggio, in cui una donna grida: “Lo stanno ammazzando”. Musa Balde viene portato in ospedale e dimesso con una affettuosa prognosi di dieci giorni e, per gastigo, si busca una notte in cella di sicurezza e il trasferimento in una cella isolata nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino.
Ci resta quindici giorni. Grida: Perché mi hanno chiuso? Grida che ha bisogno di un dottore. Gli hanno fatto firmare le carte per il rimpatrio, nessuno gli ha chiesto niente del pestaggio – così pare al suo avvocato d’ufficio. I suoi bastonatori sono stati individuati, denunciati per lesioni personali aggravate, a piede libero. (Escluso il pericolo di reiterazione del reato?) Escluso il movente razziale. (Avrebbero bastonato così di santa ragione se Musa fosse stato di Pinerolo e non avesse attraversato i mari e i deserti per arrivare fino a Ventimiglia?) Preso dalla disperazione, Musa avrebbe voluto andare difilato in tribunale, per denunziare al giudice i tre malandrini, che lo avevano pestato. Musa, alla presenza del giudice, avrebbe raccontato per filo e per segno le botte di cui era stato vittima; e finito col chiedere giustizia. Il giudice lo avrebbe ascoltato con molta benignità: preso vivissima parte al racconto: si sarebbe intenerito, si sarebbe commosso: e quando Musa non avesse avuto più nulla da dire, avrebbe allungato la mano e suonato il campanello.
A quella scampanellata sarebbero comparsi subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Musa ai giandarmi, avrebbe detto loro:
“Quel povero diavolo è stato bastonato da tre malandrini: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”.
“Quel povero diavolo è stato bastonato da tre malandrini: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”.
Musa Balde, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, sarebbe rimasto di princisbecco e avrebbe voluto protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero al CPR, più brutto di una brutta gattabuia. E lì v’ebbe a rimanere quindici giorni: quindici lunghissimi giorni e notti: e vi sarebbe rimasto anche di più, se non si fosse dato il fortunatissimo caso che, arrotolato il lenzuolo della branda, ne fece un nodo sopra un appiglio del cesso, e s’impiccò.
(Ha collaborato: Carlo Collodi).