La crisi dei valori spiegata con la crisi dell’antiquariato

I giovani, anche se benestanti, non pensano più a costruire famiglie e ad ampliare patrimoni da lasciare agli eredi ma preferiscono consumare come se non ci fosse un domani
13 OTT 18
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Foto LaPresse

“Adesso sono tutti finocchi”: un vecchio antiquario ebreo mi spiega la crisi dell’antiquariato, e degli altri beni multigenerazionali, evocando cause valoriali anziché economiche, parlando di potenziali clienti profondamente cambiati. “Non devono più regalare l’anello alla fidanzata”. Mi racconta che i suoi correligionari della Quarantasettesima Strada, i gioiellieri di New York, sono in crisi nera e forse definitiva perché i giovani, anche se benestanti, non pensano più a costruire famiglie e ad ampliare patrimoni da lasciare agli eredi ma preferiscono consumare come se non ci fosse un domani. Che in effetti, grazie a questo comportamento, non ci sarà. Secondo il mio interlocutore parte da qui anche il disinteresse verso l’arte antica: non ci si lasci impressionare dai record, per un Leonardo battuto a 450 milioni di dollari ci sono mille quadri coevi che rimangono invenduti, sebbene offerti a prezzi mai così bassi.
Mi verso un altro bicchiere di Fortana (siamo a tavola nel Ferrarese) per attutire l’effetto di parole così sconfortanti. E mi riprometto di chiedere a Sant’Agostino la forza di perseverare nel culto deriso della durata, di continuare a condividere il suo pensiero sull’argomento perché davvero “ciò che finisce è troppo breve”, davvero il presente, per quanto mi interessi e a volte perfino mi appassioni, non basta al mio cuore.