Nell'éra gialloverde anche la moda italiana si ferma

Fatturato in diminuzione del 2,8 per cento, un’azienda su tre pronta a chiedere la cassa integrazione. Nei numeri del primo trimestre 2019 la crisi del settore
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Foto Imagoeconomica

Fatturato in diminuzione del 2,8 per cento, un’azienda su tre pronta a chiedere la cassa integrazione. A dieci anni dalla grande crisi mondiale, succede che il comparto moda si sia fermato. Solo quello italiano, però, ed è una notizia che temevamo di dover dare, prima o poi, nell’ultimo semestre, ma che ci ha preso lo stesso in faccia come un pugno, perché siamo abituati a girare per il mondo dicendo a tutti che sì, forse non avremo le infrastrutture che si meriteremmo, forse abbiamo una burocrazia ignava e lassiste, eh ma la moda.
Noi dettiamo legge nel mondo dello stile: vi lavora più di un italiano su cinquanta, vi pare poco. Da un trimestre, però, lo facciamo un po’ di meno, come certifica Confindustria Moda che solo a gennaio, per voce del presidente Claudio Marenzi, appariva ancora cauta ma moderatamente ottimista. E invece, complice una congiuntura internazionale di certo poco favorevole, ma soprattutto “la situazione del paese”, come certifica l’associazione, il treno dei vestiti, delle scarpe e delle borsette che disseminiamo nel mondo ha rallentato. Iniziamo a piacere un po’ di meno, nel mondo.
Nello specifico: il comparto della moda è calato del 4 per cento, con il mercato interno in flessione addirittura del 6,6 per cento e un export in aumento dello 0,6 per cento, insomma flebilissimo. Solo le aziende tessili sono cresciute (qualcuno vuole ancora i nostri tessuti d’eccellenza, di solito Usa, Germania e Francia) ma nell’ordine, non proprio esaltante, dell’1,6 per cento. La nota davvero dolente è però quella che riguarda l’occupazione: da un’indagine su un panel di 80 aziende è emerso, nota ufficiale di Confindustria, che “il 29 per cento dichiara di voler fare ricorso agli ammortizzatori sociali nel breve-medio periodo”. Non ce la fanno più, semplicemente: si tratta fra l’altro di un dato diametralmente opposto a quello che certifica la richiesta costante e sempre in crescita di personale specializzato da parte del settore, come conferma anche la società specializzata in ricerca del personale Articolo1: c’è grande necessità di tecnici, di specialisti, ma non di manodopera generica. Dunque c’è bisogno di cultura, di una “educazione” alla bellezza dei lavori tecnici e specialistici, e di una presa di posizione, oltre che di fondi, anche da parte delle istituzioni. Che vanno alle fiere (vedi il vicepremier Luigi Di Maio al Micam) e non sono mai entrati in una fabbrica in vita loro. Per tornare a crescere, le aziende devono essere in grado di guardare fuori dal mercato europeo, ma poche hanno i mezzi e la cultura necessarie per farlo, e le istituzioni non sembrano in grado di aiutarle. Anzi.