Breve guida alla sconfitta con onore

I commenti sono stati unanimi nel condannare non tanto il cosa stesse succedendo, quanto il come: perché noi italiani siamo esperti in fatto di fughe. Qualche consiglio per non essere fischiati quando si batte in ritirata
18 AGO 21
Immagine di Breve guida alla sconfitta con onore

L'aereo da Kabul in arrivo a Fiumicino (LaPresse)&nbsp;<br />

Qui in Italia le immagini che arrivano dall’Afghanistan e le relative notizie sul ritiro americano da Kabul hanno un impatto diverso rispetto al resto del mondo. Il fatto che l’occidente sia uscito sconfitto dopo vent’anni di conflitto e presenza militare sul territorio afghano, tornato nel giro di un weekend nelle mani dei talebani, sicuramente è stato un grandissimo shock in ogni paese del blocco atlantico, nonché fonte di smarrimento e perplessità per tantissimi commentatori, se non di vero e proprio sdegno; ma c’è da considerare che qui in Italia abbiamo più esperienza e voce in capitolo di chiunque altro sulla faccia della terra in fatto di sconfitte belliche e ritirate militari.
Tanto è vero che qui in Italia più o meno chiunque ha interrotto (seppur momentaneamente) il proprio bagno di Ferragosto per commentare sui social la sgangherata fuga in elicottero degli americani dal tetto dell’ambasciata a Kabul, dai politici (a parte Luigi Di Maio) alle persone comuni (a parte Luigi Di Maio); e i commenti erano unanimi nel condannare non tanto il cosa stesse succedendo quanto il come stesse avvenendo – con parole come “vile”, “infamia”, “disonore”. Questo perché l’Italia è storicamente un’autorità su come perdere una guerra; ma se dal punto di vista militare e strategico a quanto pare non abbiamo nulla da insegnare nemmeno più agli americani, possiamo ancora ergerci come delle autorità in fatto di stile. Se infatti sono buoni tutti a suscitare applausi quando vincono una guerra, ci vuole classe, portamento e un certo savoire-faire per non essere fischiati quando si batte in ritirata.
Ecco allora una breve ma utile guida alla sconfitta – scritta da me, il preparatore atletico ideale per una débâcle dato che oltre a essere italiano sono anche un perdente. Prima di tutto, quando si perde una guerra bisogna apparire stanchi ma felici: il sudore è ammesso, specie quello sulla fronte che è sinonimo di duro lavoro e dignitosissima fatica; mentre è bene glissare sulle perdite, eventualmente distraendo le persone indicando cose a caso oppure cominciando a tossire dando la colpa alle arachidi. Come in qualunque circostanza, anche in caso di sconfitta e ritiro delle truppe il look è importante: quando state abbandonando il fronte di una guerra riponete la divisa o la tuta mimetica e optate per un abbigliamento più informale, con linee semplici e colori sobri, ma niente abiti strappati o troppo casual: è importante mantenere un certo contegno e una composta dignità – quindi niente infradito, mollettoni per i capelli o magliette con le scritte buffe.
Prima di battere la ritirata mettete a posto le vostre armi, pulite il campo di battaglia e salutate sempre i vincitori del conflitto se non volete fare la figura dei maleducati o dei rosiconi, magari con una sportiva stretta di mano da accompagnarsi con delle civili congratulazioni; evitate invece commenti sulla fortuna dell’avversario, sull’arbitraggio favorevole della Nato o su possibili rivincite in casa vostra. Infine, niente fughe precipitose in elicottero: quando uscite sconfitti da una guerra dite “quasi quasi vado a piedi così faccio due passi”, e incamminatevi verso casa, fischiettando e senza mai voltarvi indietro. La guerra sarà comunque persa, ma vuoi mettere l’onore?