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L'isola felice di Radja Nainggolan
Il centrocampista del Cagliari non è mai stato un calciatore qualsiasi. Ha provato a conquistare Roma e Milano, non ce l'ha fatta del tutto. Perché c’è chi ha più bisogno di altri di un posto per viverla tutta, la sua diversità
22 NOV 19

Foto LaPresse
Dopo uno dei primi allenamenti a Cagliari, appena arrivato dal Piacenza, Radja Nainggolan se ne uscì così davanti a tutti: “Come posso non giocare io in questa squadra?”. In un ciak tutto il catalogo: ecco la rockstar consapevole della propria voce diversa da tutte le altre.
Lo fece debuttare Massimiliano Allegri, una domenica contro il Chievo, venne espulso e uscì dal Sant’Elia piangendo davanti ai compagni verso il pullman.
Le lacrime successive saranno alla sua partenza: in mezzo, la certezza che è di un’altra categoria ed è giusto che se la vada a prendere. Roma prima, Inter poi. La Nazionale belga. I suoi concerti son spesso accompagnati da qualche chitarra distrutta. La rockstar non sarà mai un chierichetto e in un ecosistema complesso non è mai facile accettarlo. O forse è molto semplice: devi essere di un livello superiore perché il gruppo te lo riconosca e te lo conceda. Quest’estate il ritorno a Cagliari.
Nell’ultima partita vinta contro la Fiorentina per la prima volta in Serie A fa 3 assist e partecipa a 4 reti in totale (compreso il gol).
È diverso. Vede traiettorie di passaggio sconosciute ai compagni. Non solo: corre, fa sentire il fisico, è dominante in mezzo. La settimana prima aveva messo sotto il centrocampo cintura nera d’energia dell’Atalanta. Nainggolan è luce e sostanza: è il quarto calciatore per palle recuperate in campionato. L’impressione è che sia tornato nella sua Isola un giocatore più consapevole della sua forza. Sembra Le Tissier: un Re nella sua comfort zone. Le God, nato sulla Manica e di manica larga con cibo e alcool, aveva scelto di restare praticamente tutta la carriera a Southampton. Danzando nella sua maglia più larga per metterci dentro la pancetta e dispensando sonetti calcistici. Senza mai però provare davvero a mettersi in gioco, a cambiare il suo regime, a rinunciare allo status emotivo acquisito.
Radja ci ha provato, lo ha fatto a tratti con successo, grazie al suo talento tecnico. Ma il contesto non lo ha mai cambiato. E da qui una riflessione. Cerchiamo costantemente la nostra dimensione. Dentro di noi, a lavoro, in amore. È un lavoro di limature. Poi la troviamo per alcuni tratti della nostra vita. Siamo improvvisamente centrati in un contesto. E non è sempre dove ci sono più soldi, più fama, più successo, più titoli. È una questione di flusso. Oggi Radja è centrato. Come lo è stato Le Tissier a Southampton. Come lo è Ilicic all’Atalanta. Come lo è Vardy a Leicester. Lì arrivano scintille. È una questione di momenti, incastri, circostanze. È un lavoro trovare il proprio posto nel mondo, ma queste storie ci insegnano che non è un valore universale, ma soggettivo. E se vibriamo davanti al sincero inno alla qualità della vita di Gotti, che preferisce fare il secondo all’allenatore in prima, un motivo ci sarà. Siamo tutti diversi. E c’è chi ha più bisogno di altri di un posto per viverla tutta, la sua diversità. Qualunque sia. Quella di Nainggolan è scritta nel nome: Radja in indiano significa Re. Ora è centrato: ha recuperato la sua sovranità.