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La benedetta ultima meta delle Zebre
La squadra di rugby ha fatto arrivare a Parma 41 ucraini, le famiglie dei ragazzi del Rc Polytechnic Kyiv
12 MAR 22

Foto tratta dal profilo Facebook delle Zebre Rugby
Le vite degli altri. M’è venuto in mente quando abbiamo iniziato a conoscere queste persone, le loro storie, le cose piccole di cui hanno bisogno e quelle complicate che si sono portate dietro. Guardano il telefono, controllano i messaggi e non capiamo mai se lo facciano per sapere o per non sapere, per avere notizie da Kyiv o per non averne. Sono 49 persone arrivate qua su un pullman che abbiamo organizzato in fretta e furia per portare le famiglie di nostri amici lontano dalla guerra. È nato tutto per caso, da una birra come spesso succede nel rugby. Andriy è venuto a Parma a ottobre e abbiamo chiacchierato di cose leggere, il rugby in Ucraina, i ragazzi grandi e grossi che però smettono di giocare presto perché mancano sbocchi. Ci siamo promessi di fare qualcosa insieme e ora sta succedendo. Nel modo più impensabile e doloroso ma sta succedendo. I loro bambini, le mogli e le madri sono con noi, in Italia. Le famiglie dei ragazzi del Rc Polytechnic Kyiv, la squadra di Andriy, sono arrivate a Parma lunedì sera su un pullman carico di storie che solo ora conosciamo. Di sorrisi e lacrime. Di tutto quello che sta nelle vite, le vite degli altri che ora sono anche le nostre.
Ci sono i quattro ragazzi delle giovanili che non vedono l’ora di ricominciare a giocare e se anche sanno che un loro compagno di squadra è stato ucciso con la famiglia alle porte di Kyiv, non ce lo dicono. A 16 anni vuoi vivere, ti aggrappi a ogni brandello di bellezza, a tutte le novità.
C’è Inna, la mamma di uno di loro, che mi parla in ucraino a una velocità impietosa come se dovessi capire per forza. Mi mostra le foto del suo ragazzo da bambino e lui arrossisce, le ha messe in una busta di plastica blu prima di lasciare casa.
Ci sono signore anziane che guardano nel vuoto, poi sorridono e provano a dire qualcosa in italiano. Sono tutti e quaranta a Corniglio, un borgo bellissimo dell’Appennino parmense che si è messo a disposizione, ha aperto le porte del suo Castello e ha accolto queste famiglie senza mettere limiti alla vicinanza, all’affetto, al sostegno.
Il sindaco e il parroco passeggiano tra la gente e li rincuorano, i proprietari dell’ostello coordinano gli aiuti, i volontari della protezione civile si sobbarcano quaranta chilometri di curve andata e ritorno per portare le famiglie in questura, dai medici, ovunque serva.
Se le guardi così, le vite degli altri sono struggenti e bellissime, le nostre e le loro.
Sono le vite tridimensionali di persone che si stringono e si riconoscono, lontani dall’orrore e dal veleno virtuale.
Le Zebre sono ultime in campionato, 2 punti in troppe partite e una stagione complicata, faticosa, folle.
A ottobre se n’è andato Leonardo Mussini, un uomo straordinario con una solo grande obiettivo: dimostrare che i valori del rugby non sono un manifesto astratto ma una catena di azioni, il battito d’ali di farfalla più potente.
Leonardo aveva 41 anni e fino all’ultimo ha spinto le Zebre a diventare una comunità e non solo una community. Persone che aiutano persone.
Quando ho scritto ad Andriy che avremmo voluto fare qualcosa ho pensato proprio a Leo, alla sua totale incoscienza che somiglia tanto alla mia, alla nostra che siamo rimasti a testimoniare la diversità delle Zebre.
Le vite degli altri non finiscono quando un pullman le porta lontano dalla guerra.
Iniziano proprio lì e siamo noi a doverle proteggere, a custodirle finché non potranno riannodare i fili spezzati e tornare a casa.
Tornare da Igor, che mi ha affidato i suoi due bambini e continua a portare le famiglie dei suoi compagni di squadra al confine.
Senza stancarsi, senza smettere di vivere.
Così.
Senza stancarsi, senza smettere di vivere.
Così.
Michele Dalai è presidente delle Zebre