Niente pensiero unico sull’inflazione

Differenze strutturali e no tra noi e l’oriente. Giusta la prudenza di Lagarde
27 NOV 21
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Christine Lagarde (foto EPA)

Nel gran dibattito sull’inflazione che divide banche centrali (Fed interventista sui tassi, Bce attendista), governi e opinioni pubbliche, un’intera area del mondo assiste in tribuna: l’oriente. In Cina l’inflazione è all’1,5 per cento, in Giappone come sempre intorno allo zero. In Australia al tre, ma depurata da choc esterni come l’energia è all’obiettivo standard del 2,1 per cento. Uniche eccezioni Sri Lanka e Pakistan. Perché questa frattura con l’occidente, dove gli Usa puntano il 7 per cento, l’Europa è in media al 4 e con la Germania al 6? Il Financial Times mette in fila una serie di ragioni, nessuna delle quali appare però decisiva. Nella pandemia i paesi orientali hanno adottato meno lockdown e più circoscritti, riaprendo appena possibile, soprattutto il Giappone. Ciò ha evitato il blocco dei consumi prima e la corsa agli acquisti dopo. Però proprio il Giappone era finito nel mirino per la scarsa reazione, mentre tutti ricordano come Australia e Nuova Zelanda chiudessero e riaprissero al primo accenno di contagi e varianti.
Il secondo elemento è la minore propensione alla spesa di certe società, a cominciare da quella giapponese dove l’età media è più elevata, il risparmio prevale sui consumi. Eppure la demografia cresce soprattutto in oriente, e gadget tecnologici e moda spopolano tra i giovani. Più convincente è la tesi della minore esposizione allo choc energetico e alla carenza di materie prime, visto che Cina, Giappone, Corea e Australia hanno dato la precedenza agli approvvigionamenti interni. Ma la fin qui inespressa conclusione è che siamo forse al capolinea del pensiero unico in fatto di controllo dell’inflazione per via monetaria. Gli automatismi sui tassi non funzionano più; e del resto non hanno funzionato neppure prima, come in Europa nel 2007 quando l’allora presidente della Bce Jean-Claude Trichet aumentò i tassi a due mesi dal fallimento di Lehman Brothers. L’aver sovrastimato un rischio temporaneo produsse in Europa una crisi maggiore che in America. La cautela odierna di Christine Lagarde è benvenuta.