Cantarsela e suonarsela su Gaza

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Ha scritto Michela Marzano, sintetizzando e condividendo Baricco, che “mentre noi adulti discutiamo ancora di Gaza come se fosse una questione di equilibri geopolitici, loro hanno già capito che si tratta di umanità”. Dall’altra parte della “faglia” c’è il passato, la “ferocia” (Serra) del capitalismo, il colonialismo. Le parole “islamismo”, o “antisemitismo”, in queste splendide riflessioni non si incontrano mai. Ermeneutica, si dice: un bel Novecento postmoderno in cui l’oggetto ce lo costruiamo noi. Ma è ben strano, come ha scritto invece Polito, che in questi o analoghi discorsi interpretativi nessuno – nemmeno ieri, il giorno di Trump applaudito anche dalle potenze arabe – riconosca che “al momento la svolta di Gaza sembra ancora impregnata di Novecento, perché annunciatrice di un nuovo ‘secolo americano’”. E che mentre si discute della “fine del super-potere Usa è invece bastato il primo volo transcontinentale dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani perché Teheran scomparisse dalla partita”. Ora il tema qui, e nelle analisi citate, non è tanto geopolitico né militare. E non sono nemmeno, tantomeno, le moltitudini di giovani nelle piazze e la loro legittima, per quanto più (u)morale che concreta, visione del mondo. Il problema è che a suonare il bordone alla politica di molta sinistra che poi è quella che storce il naso, ancora ieri, di fronte a un accordo che libera ostaggi e civili – Cacciari sulla Stampa: “Pace si è ridotta a significare il nudo fatto della sistemazione che il conflitto occasionalmente riceve in base al diritto del più forte” – è sempre la vecchia generazione politica e culturale aggrappata o accecata dai miti retorici del Novecento. Per dirla con Polito: “Frammista anche stavolta a vecchi miti, perfettamente novecenteschi. Per esempio l’anti colonialismo, l’anti occidentalismo e di conseguenza l’anti ebraismo, che individua nel popolo vittima della diaspora l’oppressore e l’usurpatore della terra di chi c’era prima”. Potrebbe valere anche per i denti digrignati contro il premio Nobel per la pace a María Corina Machado, cioè a una donna che combatte contro una oscena dittatura populista e tardo novecentesca.
Scrive il filosofo Cacciari che “pensiero e linguaggio si sono ridotti a pronunciare nomi” e questa è la vera fine della Novecento, o dell’occidente, o di tutte e due. Vero. Ma non saper chiamare le cose col proprio nome: islamismo radicale, pogrom, politica di difesa, realpolitik, e poi le libertà civili e di organizzare un rave nel deserto, insomma le cose che il morente secolo americano è riuscito a garantire a una parte di mondo, è un modo di travisare la realtà, i fatti. Scrive Marzano a proposito dei giovani con le bandiere che anche la sua generazione aveva “una cosa che loro stanno cercando di restituire al mondo: la sete di giustizia. E’ quella sete che li spinge a scendere in piazza, a dire ‘basta’, a non accettare più il linguaggio freddo della realpolitik”. Bene. Ma se l’ipostatizzazione del mito di Gaza come nuovo Eldorado dell’anti occidentalismo finisce per indurre i giovani a gridare “dal fiume al mare”, replicando esattamente l’ideologia violenta e d’odio o quantomeno stolida del Novecento, è davvero un grande balzo in avanti morale?
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E' responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"
