Terrazzo
Instagram e la capitale
Cosa accadrebbe se applicassimo il meccanismo di analisi estetica del profilo del social network lo applicassimo a chi si sfiderà a ottobre per conquistare il Campidoglio?
14 AGO 21

Foto LaPresse
Sarebbe un mondo orribile quello in cui l’estetica del profilo Instagram sostituisse le elezioni, come se bastasse un parametro superficiale, emotivo-visuale, di pancia e di occhi, come strumento per ottenere una carica politica, il potere. L’armonia visiva come alternativa alla democrazia popolare. E non è nemmeno una questione di like e cuoricini, non numeri ma gusto! (per definizione soggettivo, ma che gli strutturalisti critici ci hanno insegnato esser tutta una questione di classe – ma non scomodiamo Bourdieu). Ma cosa accadrebbe se questo meccanismo di analisi estetica da Black Mirror lo applicassimo a chi si sfiderà a ottobre per conquistare il Campidoglio?
Virginia Raggi. Le foto della sindaca alternate ai presunti accomplishment dell’amministrazione (i nuovi camion “squali” per la spazzatura, il “piano sampietrini”) e ai settimanali bollettini cultural-previdenziali sugli eventi in città, voce fuori campo con flemma da telefonata eterna in attesa con il primo operatore disponibile, “per i servizi anagrafe premere cancelletto”. Raggi elegante quasi sempre in mascherina, in posa vicino a: una PostPay gialla gigante, Di Maio, giovani allo skate park, Verdone, monopattini e auto elettriche. Niente di personale, solo lavoro. Si intravede un desiderio di creare entusiasmo e coinvolgimento che fallisce per via della confusione cromatica, brutte foto, font e grafica troppo amichevoli-cheap. Strano per un partito che deve tutto ai social network.
Enrico Michetti. Esiste su Instagram da meno di due mesi. (Perché nella real life esisteva invece prima? Si chiedono i giornalisti). La comunicazione è quella della scritta da titolone, grafica impetuosa&indignata di scuola salviniana, un po’ Mario Giordano un po’ Iene, tutto in caps lock: “Soldi buttati!” e slogan da baretto, “Cara ciclabile quanto ci costi!”, “Dalla parte degli agenti senza se e senza ma”. Ma almeno negli ultimi giorni ha creato nelle grafiche un’uniformità che rilassa gli occhi, usando le stesse strutture con banda blu in alto e parole in giallo. Le foto personali sono un tentativo di pre-istituzionalizzarsi come uomo del fare populista: posa da centurione, camicia azzurra, pochissime idee.
Roberto Gualtieri. Se qualcuno mi chiedesse la definizione di boomer lo manderei a guardare il profilo di Roberto Gualtieri. Gualtieri, che per chi non lo sapesse è il candidato del Pd, sembra uno che annuisce quando legge Cazzullo e sorride quando legge Gramellini. Fedele alla linea del partito, l’Instagram non si capisce bene dove voglia andare: video veltroniani, tweet con mega virgolette colorate, foto del candidato al computer su zoom. Ha il record di foto in memoriam per defunti celebri – Paolo Rossi, Macaluso, Battiato “Grazie di tutto maestro” etc. etc. – e addirittura un post per il compleanno del Papa. Bonus track: in un video suona Bella ciao alla chitarra.
Carlo Calenda. Giano dei social. Sarà il Dna cinematografaro o i bravi Smm, ma Calenda sa gestire il godibile equilibrio politica-vita personale. Va in gita a Vienna e posta uno dei 69 busti delle smorfie umane di Franz Xaver Messerschmidt. Negli scatti in famiglia appare sincero affetto e amore verso moglie e figli; ma non famiglia modello Mulino Bianco, più commedia italiana borghese, tipo con Alessandro Gassman che vive a Prati, dove qualcuno combina qualcosa ma poi alla fine va tutto bene, perché hanno capito ad accettare le proprie differenze. Il lato politico è composto, predomina uno sfondo blu notte. Tutto ben ordinato, l’occhio sa dove andare. Duro, fermo, chiaro. Come i suoi ragionamenti nei video dei reportage nei vari municipi. Ogni tanto riesce a far ridacchiare, anche se talvolta gli esce la boomerata.