Quattro risate guardando “Johanne Sacrebleu” che prende in giro “Emilia Pérez”

Un cortometraggio girato da una regista e sceneggiatrice trans sfotte il francese Audiard e Karla Sofía Gascón, i luoghi comuni sul Messico e la pronuncia di Selena Gomez
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 Un frame dal corto Johanne Sacrebleu

Ai messicani “Emilia Pérez” di Jacques Audiard non è piaciuto. Per orgoglio nazionale, “non siamo un paese di narcotrafficanti”. E in nome dell’impegno civile, “i cartelli della droga che hanno fatto centinaia di migliaia di morti, troppi per far da sfondo a un balletto”. Il Los Angeles Times partecipa attivamente alla distruzione del film che ha ottenuto 13 candidature agli Oscar – il record assoluto è 14. E’ entrato nella lista dei migliori film invece di starsene buono nella cinquina dei titoli stranieri. 13 nomination contro le 11 di “West Side Story” (era l’anno 1961, portò a casa 10 statuette). Gli altri film non Made in Usa con oltre 10 nomination sono stati “Roma” di Alfonso Cuarón e “La tigre e il dragone” di Ang Lee.
Accadeva prima di leggere titoli come “‘Emilia Pérez’ non è brutto come lo si dipinge. E’ molto peggio”. Oppure “‘Johanne Sacrebleu’ è più riuscito di ‘Emilia Pérez’”. “Johanne Sacrebleu” è il titolo del cortometraggio musicale che Camila D. Aurora – regista, sceneggiatrice e trans – ha scritto, girato e diffuso su You Tube per sfottere il regista francese Audiard, Karla Sofía Gascón, i luoghi comuni sul Messico, la pronuncia di Selena Gomez (tralasciamo per ora le critiche arrivate dalla comunità lgbtq e altre minoranze: “retrogrado” è l’aggettivo meno pesante).
Siamo a Parigi, con le magliette a righe, i croissant, le baguette, i baschi, una notevole quantità di ratti tenuti come animali da compagnia, il fantasma di Maria Antonietta, i baffi a riccio disegnati con il pennarello. Luoghi comuni per ridicolizzare i luoghi comuni del regista francese nel suo Messico ricostruito a Parigi. 1.700 dollari di budget, messi insieme con il crowdfunding.
Trama: Johanne Sacrebleu, nata Jonathan, torna a casa da femmina – gran seccatura perché la famiglia avrebbe voluto un erede maschio per l’impero della baguette. In parallelo, l’erede della famiglia rivale Ratatouile – che opera nel settore dei croissant – sta maltrattando il figlio trans. Era nato donna e secondo loro più adatto a portare avanti il business di famiglia. Faranno una gara, e intanto appare un pupazzo fatto di spazzatura che dice di chiamarsi Jacques Audiard.
Il trans e la trans deplorano il trattamento che la Francia riserva agli stranieri. In un intermezzo muto e in bianco e nero, Madame Baguette e Monsieur Croissant decidono di non farsi la guerra. Un altro paio di gag, e neanche una scena di “Emilia Pérez” rimane in piedi. Aggiungete le critiche avanzate dalla comunità trans, qualche tweet irrispettoso della prima attrice verso gli afroamericani, i musulmani, e gli Oscar troppo bianchi e noiosi.
Difficile capire quante statuette resteranno in piedi – se ne resterà qualcuna. Si è dissociato dall’attrice Karla Sofía Gascón anche il regista Jacques Audiard, controaccusato per non aver fatto i compiti, affezionato alla sua conoscenza superficiale del Messico: “Sono messaggi di odio ingiustificabili”. Resta in gara per difendere il film, ma alla “colpevole” – anche di un bisticcio con la rivale Fermanda Torres di “Io sono ancora qui” – non rivolge più la parola. E Netflix l’ha cancellata dal giro promozionale.